Ammaniti sul femminicidio di Anguillara: il groviglio di dolore e il bambino al centro

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Di fronte alla catena di lutti scatenatasi ad Anguillara Sabazia, dove il femminicidio di Federica Torzullo è stato seguito dal suicidio dei genitori del marito confesso, le parole, come osserva il professor Massimo Ammaniti, sembrano inadeguate e vanno maneggiate con una cautela estrema. Si tratta, nelle sue parole, di un «groviglio di dolore inestricabile» che ha lasciato al centro un figlio di dieci anni, privato in pochi giorni della madre, dei nonni paterni e, di fatto, anche del padre recluso. La riflessione dello psicanalista, evitando ogni retorica, sposta l’attenzione dalla cronaca nera, seppur rispettosamente trattata nei suoi sviluppi giudiziari, verso quella che diventa una questione sociale urgente: la sorte degli orfani, i cui drammi spesso scompaiono dall’attenzione pubblica subito dopo i fatti di sangue.

Un'adozione sociale necessaria

Proprio a costoro, definiti gli orfani più dimenticati, dedica la sua battaglia civile Giovanna Cardile, che da una personale tragedia ha tratto la forza per agire. La sua lotta, infatti, non si ferma alla proposta di istituire una giornata nazionale di consapevolezza, ma si concretizza nella ricerca di un sostegno pratico e continuativo. Cardile bussa alle porte di chi può offrire un supporto reale, perseguendo quella che potremmo definire una forma di adozione sociale, fatta di aiuto nello studio, nell’inserimento lavorativo e nella gestione delle minute incombenze quotidiane, spesso insormontabili per chi resta solo.

Il dibattito sul futuro del minore

La vicenda specifica del bambino di Anguillara solleva, nel mondo della pedagogia e dei servizi, interrogativi profondi sul come costruire un futuro dopo una simile cesura. Secondo l’analisi del pedagogista Daniele Novara, il minore ha il diritto imprescindibile «a un nuovo inizio fuori dal contesto dove si è generata la catastrofe», un principio che getta luce sulla complessità del percorso di recupero. La proposta, avanzata da alcuni, di allontanarlo dai luoghi della tragedia non è dunque dettata da semplice emergenza, ma da una considerazione psicologica ben precisa: l’ambiente fisico, carico di traumi, può diventare un ostacolo al necessario, faticosissimo processo di metabolizzazione dell’accaduto.

Il dovere collettivo oltre l'emergenza

Ciò che emerge, al di là delle singole posizioni degli esperti interpellati, è la necessità di una risposta strutturata che vada ben oltre la gestione dell’emergenza. Il rischio, altrimenti, è che il silenzio cali due volte: prima dopo il clamore dei titoli di giornale e poi nella solitudine concreta in cui questi ragazzi si ritrovano a crescere. La questione, pertanto, cessa di essere confinata alla sfera privata di una famiglia distrutta e interpella la collettività tutta, chiamata a farsi carico, con sensibilità e continuità, di chi è sopravvissuto a una violenza che ha cancellato il proprio mondo.

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