Le ombre della guerra ibrida: il duello silenzioso tra Russia e Nato ai confini dell'Europa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’indiscrezione rimbalzata da Bloomberg, secondo cui un possibile attacco della Russia a un Paese membro della Nato sarebbe al centro delle valutazioni dell'intelligence occidentale, ha riacceso i riflettori su un fronte di tensione che non si è mai spento del tutto. L’Alleanza Atlantica si trova a dover rafforzare le proprie difese contro quelli che vengono definiti blitz ibridi del Cremlino, mentre l’Unione europea, cauta, non ravvisa alcun “rischio immediato” di incursioni militari convenzionali.

Questa dicotomia tra l'allarme percepito e la calma mostrata dalle istituzioni europee, che emerge nel dibattito acceso dai recenti Sky Cube, racconta di una realtà complessa, dove la minaccia si è fatta subdola e si annida nella cosiddetta zona grigia tra pace e guerra.

Il cielo del Baltico come campo di prova

Per comprendere la natura di questa tensione, occorre guardare a ciò che accade nei cieli del Baltico. Il 18 agosto scorso, una formazione insolitamente numerosa di velivoli ha riempito lo spazio aereo della Polonia settentrionale e delle repubbliche baltiche, in quella che è stata descritta come una delle più ampie e meno annunciate esercitazioni aeree della Nato lungo il fianco orientale.

Tra i venticinque e i cinquanta velivoli, secondo le stime degli osservatori, si sono dati appuntamento aerei da ricognizione e guerra elettronica, tra cui spiccava l’EA-37B Compass Call II americano, un velivolo il cui dispiegamento in Europa, dopo le operazioni in Medio Oriente, non è certo un segnale da sottovalutare.

La loro presenza simultanea, insieme a quella degli immancabili AWACS per il controllo dello spazio aereo, non è un fatto casuale: come ha sottolineato il quotidiano tedesco Die Welt, si tratta di un messaggio chiaro, diretto a Mosca, sulla costante sorveglianza dell'enclave di Kaliningrad, uno dei punti nevralgici e strategici per la Russia, che si ritrova oggi virtualmente sotto assedio.

Mosca, l’enclave e il nervosismo strategico

Il nervosismo che traspare dalle analisi russe riguardo a queste operazioni ha radici profonde e strategiche. Come ricorda un'analisi pubblicata su Infosannio, che riprende le considerazioni di Mario Giro, il Cremlino guarda con crescente preoccupazione alla via baltica: un tempo Svezia e Finlandia erano neutrali e il passaggio verso Kaliningrad era garantito; oggi, con l'ingresso dei due Paesi scandinavi nell'Alleanza, quella rotta è diventata un collo di bottiglia.

Pietroburgo, la seconda città del Paese, è facilmente isolabile e il transito verso l'Atlantico risulta molto ridotto, una condizione che, unita al semi-blocco del Mar Nero, alimenta un clima di accerchiamento percepito come intollerabile dalla dottrina militare russa.

In questo contesto, le esercitazioni Nato senza preavviso attorno all'enclave fanno scattare tutti gli allarmi, creando un pericoloso meccanismo di reciproca intimidazione che rischia di sfuggire di mano, dove ci si spaventa a vicenda ma soprattutto ci si auto-terrorizza, finendo per credere alle stesse paure che si sono generate.

La zona grigia e la nuova normalità secondo la Nato

Il vero campo di battaglia, oggi, non è però quello delle esercitazioni aeree, per quanto imponenti, ma la "zona grigia", un territorio ambiguo in cui la Russia sta testando la soglia di reazione dell'Occidente. Lo ha ribadito con chiarezza l'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, il quale ha parlato di un'evoluzione qualitativa della minaccia, citando il recente caso del drone esplosivo trovato vicino all'aeroporto di Lipsia-Halle, un nodo logistico cruciale per i trasporti alleati e gli aiuti all'Ucraina.

"Parliamo di materiale di livello militare portato a pochi metri da un aereo – ha dichiarato l'ammiraglio – è un salto di qualità evidente, e va letto in sequenza con i droni sul fianco orientale, gli incendi in impianti che producono per l'Ucraina, le interferenze Gps, gli attacchi cyber". Cavo Dragone ha messo in guardia dal definire questa situazione una "nuova normalità", perché normalizzare questi episodi significherebbe accettarli come parte del paesaggio, perdendo così una parte della deterrenza.

Se la Nato è pronta a rispondere a un'invasione convenzionale, le attività ibride rappresentano il punto debole della deterrenza occidentale, poiché è molto più difficile definire una risposta condivisa a queste provocazioni, che da Mosca vengono viste come un modo per sondare la credibilità dell'alleanza e creare divisioni politiche tra gli Stati membri.

La diplomazia del silenzio e il ruolo degli Stati Uniti

Sullo sfondo di queste tensioni, si muove la diplomazia a tratti opaca dell'amministrazione Trump. Il presidente, in una recente dichiarazione, ha assicurato che Vladimir Putin "non attaccherà un territorio della Nato", ridimensionando le preoccupazioni sorte dopo la visita a Mosca del direttore della Cia, John Ratcliffe, che ha incontrato il capo dell'intelligence russa Sergey Naryshkin. Trump ha definito la missione "un normale impegno di lavoro", smentendo che si sia trattato di un avvertimento al Cremlino.

Secondo il New York Times, Ratcliffe ha invece invitato la Russia a "trattare" un accordo per porre fine alla guerra in Ucraina, approfittando di una finestra prima che la situazione militare ed economica di Mosca peggiori ulteriormente.

Questa missione, interpretata come un tentativo di rilanciare negoziati ormai in stallo, rivela però le crepe nel fronte occidentale, evidenziando quella che alcuni analisti definiscono come la volontà di Trump di prendere le distanze da un sistema che non controlla pienamente, in un momento in cui in Europa cresce la consapevolezza di dover fare affidamento sulle proprie forze, tra chi parla di prepararsi a una "guerra ad alta intensità" e chi ancora cerca di negare la pericolosità delle minacce, come ha denunciato Cavo Dragone, lasciando ai cittadini il compito di discernere tra analisi

Oneste e strumentalizzazioni politiche.

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