Scuola, la Corte Ue condanna l’Italia sul precariato Ata e il Mim cerca una soluzione
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza depositata il 13 maggio 2026 nella causa C-155/25, ha accolto il ricorso per inadempimento presentato dalla Commissione europea, sancendo che il Belpaese ha violato il diritto unionale in materia di contratti a tempo determinato per il personale Ata, ovvero gli ausiliari, i tecnici e gli amministrativi che operano negli istituti scolastici statali. I giudici di Lussemburgo hanno censurato l’assenza di misure strutturali capaci di prevenire l’abuso della reiterazione di questi rapporti di lavoro, quelli che le parti sociali e i sindacati definiscono ormai come una piaga endemica del settore dell’istruzione.
Un sistema che incentiva il precariato strutturale
Il meccanismo italiano, come rilevato dalla Corte, si fonda su un paradosso giuridico che alimenta la precarietà anziché contenerla. Da un lato, il quadro normativo nazionale non fissa limiti certi né alla durata massima dei contratti né al numero di rinnovi consentiti per queste figure professionali, consentendo così un impiego seriale delle supplenze; dall’altro, l’accesso al posto fisso è condizionato alla partecipazione a concorsi pubblici che, a detta dei giudici, vengono banditi in modo “sporadico e imprevedibile”. Inoltre, la possibilità stessa di partecipare a queste selezioni è spesso riservata a chi ha già maturato un servizio di almeno ventiquattro mesi alle spalle (due anni di precariato), un requisito che, nelle more della sentenza, finisce per legittimare e consolidare la catena dei contratti a termine, trasformando un’eccezione in una regola non scritta.
Numeri da record e precedenti illustri
A gettare ulteriore luce sull’emergenza è stata Daniela Rosano, segretario generale dell’Anief, che ha quantificato il fenomeno rivelando come un dipendente su tre del comparto Ata sia attualmente precario, una percentuale che supera addirittura quella dei docenti (ferma a uno su quattro). La leader sindacale ha ricordato come questa pronuncia non sia un fulmine a ciel sereno, ma si inserisca in un solco giurisprudenziale già tracciato: il riferimento corre alla celebre “sentenza Mascolo” del 2014 (sempre sui docenti) e all’accoglimento di un reclamo del Comitato Europeo dei Diritti Sociali del 2021, che aveva messo sotto accusa l’utilizzo dei contratti a termine per i docenti di sostegno. E proprio alla luce di questa continuità, l’Anief ha già annunciato di voler proseguire nelle proprie battaglie legali per ottenere i risarcimenti del caso, forte di risultati recenti che hanno portato a recuperare milioni di euro per i lavoratori discriminati.
La reazione del Mim e il tavolo tecnico
Di fronte alla condanna, che impone all’Italia l’obbligo di conformarsi immediatamente alle direttive europee, il ministero dell’istruzione e del merito ha provato a correre ai ripari. In una nota diffusa subito dopo la pubblicazione della sentenza, il dicastero ha fatto sapere di aver preso atto della decisione, attribuendo le criticità a “norme risalenti” nel tempo (si parla del Testo unico del 1994 e delle modifiche della fine degli anni Novanta). Per uscire dall’impasse, il Mim ha comunicato di aver già avviato un confronto serrato con le organizzazioni sindacali, “istituendo un tavolo tecnico” finalizzato alla “revisione complessiva del sistema di reclutamento del personale Ata”. L’obiettivo dichiarato è quello di sterilizzare le ragioni della bocciatura europea e ridisegnare le politiche del lavoro nel settore, cercando di garantire finalmente la stabilizzazione di figure che le scuole utilizzano, di fatto, per coprire esigenze organizzative permanenti e non certo temporanee.




