Venezuela, i bitcoin nascosti di Maduro e l'ombra del tesoro da 60 miliardi
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Redazione Economia
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Il Venezuela, paese stremato da una crisi economica di lunga durata, potrebbe celare una delle riserve di bitcoin più cospicue al mondo, un patrimonio stimato in circa sessanta miliardi di dollari. Un’ipotesi, avanzata da fonti investigative, che dipinge uno scenario in cui, a partire dal 2018, i proventi delle esportazioni di oro e petrolio sarebbero stati convertiti nella criptovaluta, eludendo così le sanzioni internazionali. Un tesoro digitale, che ammonterebbe a seicentomila bitcoin, paragonabile per entità a quello detenuto da grandi società pubbliche del settore. L’arresto di Nicolas Maduro, definito dagli Stati Uniti una semplice "operazione di polizia", ha aperto una questione di diritto internazionale di notevole complessità, poiché il presidente Donald Trump teoricamente avrebbe ora il potere di sequestrare quelle ingenti risorse per trasferirle nella riserva strategica degli Stati Uniti.
Il ruolo chiave del faccendiere Alex Saab
Al centro della possibile operazione finanziaria si staglia la figura di Alex Saab, indicato dalle indagini come il presunto custode delle chiavi di accesso a quel patrimonio. Saab, un faccendiere di origine colombiana naturalizzato venezuelano, ha costruito la sua rete operando attraverso una fitta ragnatela di società, spesso di comodo, con il compito primario di noleggiare petroliere, incassare i pagamenti per il greggio e trasferire fondi, mascherando in questo modo il collegamento diretto con il governo di Caracas. La sua attività, finalizzata a bypassare l’embargo, lo ha reso un personaggio cruciale per il regime e, di conseguenza, un obiettivo per la giustizia americana.
Le intricate vicende giudiziarie e lo scambio di prigionieri
La parabola di Saab è intrecciata a doppio filo con la cronaca nera e le inchieste della magistratura internazionale. Arrestato nel 2020 durante uno scalo tecnico a Capo Verde su richiesta degli Stati Uniti, per anni ha combattuto il processo di estradizione, mentre parallelamente si dipanavano indagini anche in Italia, dove sua moglie, Camilla Fabri, ha recentemente patteggiato una condanna. La sua vicenda giudiziaria ha avuto una svolta improvvisa nel 2023, quando l’amministrazione di Joe Biden lo ha scarcerato, inserendolo in uno scambio di prigionieri che ha visto il rilascio di cittadini americani detenuti in Venezuela. Una mossa politica che, di fatto, ha sottratto Saab al sistema giudiziario statunitense ma non ne ha cancellato il presunto ruolo nell’intricato sistema di gestione delle finanze venezuelane.
Le ricadute geopolitiche e gli interessi incrociati
L’incursione militare statunitense in Venezuela, al di là delle immediate ricadute geopolitiche e del consolidamento del consenso politico in certe aree degli Stati Uniti, sembra aver avuto un riflesso inatteso anche sulla sfera patrimoniale dello stesso Trump. Le tensioni con Caracas, infatti, hanno generato una volatilità nei mercati che appare aver favorito le attività legate alle criptovalute del presidente americano, il cui patrimonio personale ha registrato un incremento in corrispondenza di quelle mosse. Un dato che aggiunge un ulteriore livello di ambiguità a una faccenda già opaca, dove gli interessi di Stato si mescolano a quelli privati e dove un tesoro digitale, mai ufficialmente confermato, continua a esercitare un’influenza silenziosa ma potente sugli equilibri di potere.




