Nepal, l'amministratore apostolico Bogati denuncia: "Rivolte figlie della repressione"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In Nepal, dove la tensione permane palpabile dopo giorni di scontri, le parole dell'amministratore apostolico, monsignor Paul Simick Bogati, risuonano come un severo monito. Egli ha infatti attribuito l'esplosione del malcontento popolare, che ha visto protagonisti assoluti i giovani della Generazione Z, alle "misure repressive" attuate dal governo, le quali, a suo avviso, non hanno fatto altro che "aumentare la tensione" in un clima già surriscaldato.

Le strade di Kathmandu, oggi insolitamente deserte e presidiate, portano i segni di una protesta che ha bruciato rapidamente, lasciando dietro di sé un paesaggio di paura e incertezza. I racconti che emergono sono di una durezza inaudita, come quello del giovane che afferma di aver visto "uccidere 19 ragazzi come me", un frammento di un mosaico di violenza che ha traumatizzato un'intera nazione e che ha costretto persino l'esercito, dopo aver preso il controllo nella notte, a considerare un dialogo con i dimostranti.

Tra il fumo degli scontri e gli edifici dati alle fiamme, si sono consumate anche storie di ordinario terrore che hanno coinvolto stranieri in visita. Come la famiglia parmigiana che, sorpresa da un incendio divampato nel proprio hotel a causa dei disordini, si è vista costretta a un gesto disperato per salvarsi la vita: lanciarsi dal quarto piano, atterrando su un improvvisato cumulo di materassi. Un episodio che, sebbene a lieto fine, fotografa la pericolosità e l'imprevedibilità di una situazione degenerata in modo incontrollato.

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