Le rivolte in Asia e l’insolita tregua in Nepal dopo la nomina di Sushila Karki
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Redazione Esteri
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Mentre diverse nazioni asiatiche si trovano a fronteggiare ondate di protesta e instabilità politica, spesso dipinte dai media internazionali come semplici crisi sistemiche o sollevazioni spontanee della cosiddetta Generazione Z, in Nepal si è aperto uno scenario inatteso. Dopo giorni di tensione culminati con la revoca del coprifuoco a Kathmandu e nei distretti limitrofi di Lalitpur e Bhaktapur, le autorità hanno ripristinato la libertà di movimento, consentendo la riapertura delle attività commerciali e un parziale ritorno alla normalità. Le proteste, che hanno provocato la morte di cinquantuno persone e accelerato la caduta dell’esecutivo, hanno quindi condotto a una tregua apparentemente duratura.
A guidare questa fase di transizione è Sushila Karki, ex ministra della Giustizia, divenuta la prima donna alla guida del governo nella storia del paese. La sua nomina, avvenuta nella tarda serata di venerdì, rappresenta una risposta istituzionale all’ondata di malcontento popolare, in particolare giovanile, esplosa in reazione a scandali di corruzione di ampia portata. Karki, la cui figura incarna un tentativo di discontinuità con il passato, si è insediata in un clima ancora teso, sebbene le sue immediate dichiarazioni abbiano contribuito a placare gli animi.
La nuova premier, settantatreenne, ha infatti annunciato pubblicamente che il suo sarà un governo ad interim, con un mandato limitato a soli sei mesi, in attesa delle elezioni generali già calendarizzate per il marzo 2026. "Porremo fine alla corruzione", ha dichiarato, accogliendo così una delle principali richieste dei manifestanti, noti localmente come ‘Nepo Kids’. Questo impegno, per quanto circoscritto nel tempo, segna un punto di svolta rispetto alla gestione precedente e sembra aver attenuato, almeno momentaneamente, la pressione della piazza.




