Trump sospende l'attacco all'Iran, petrolio in forte calo: avvio dei negoziati

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notizia è rimbalzata sui mercati finanziari come un fulmine a ciel sereno: un improvviso dietrofront di Donald Trump ha gelato i piani per una nuova massiccia offensiva contro l'Iran, programmata per il weekend appena trascorso, e ha aperto la strada a un inaspettato spiraglio diplomatico.

Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la sospensione dell'attacco congiunto che era stato pianificato insieme a Israele, dichiarando di aver acconsentito alla richiesta di fermarsi avanzata non solo da Teheran, ma anche da altri Paesi chiave del Medio Oriente, come Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

La condizione posta dall'amministrazione statunitense per questo rinvio, che al momento ha i contorni di una sospensione più che di un annullamento definitivo, è l'avvio immediato di nuovi negoziati finalizzati a raggiungere un accordo rapido sulla completa riapertura dello Stretto di Hormuz e sulla fine del programma nucleare iraniano, una minaccia che l'Occidente considera ormai imminente.

La mossa a sorpresa e le richieste dei Paesi del Golfo

Secondo le prime ricostruzioni, a determinare il cambio di rotta della Casa Bianca sarebbero state le pressioni diplomatiche esercitate dai principali alleati nella regione, in particolare dall'Arabia Saudita. Il principe ereditario Mohammed bin Salman, in un colloquio diretto con il presidente Trump, avrebbe espresso una forte preoccupazione per l'ipotesi di colpire obiettivi energetici iraniani, una mossa che avrebbe potuto innescare una reazione a catena con conseguenze devastanti per la stabilità del Golfo e per l'economia globale.

La prospettiva di un'escalation incontrollata, capace di compromettere definitivamente il transito petrolifero attraverso lo Stretto di Hormuz, ha indotto i leader sauditi a fare pressing su Washington affinché si cercasse una soluzione diplomatica.

Il presidente Trump, dal canto suo, ha confermato la sospensione dell'attacco, dichiarando che Teheran, messa alle strette dalla prospettiva di un'offensiva devastante di cui percepiva chiaramente la portata, ha mostrato una rinnovata disponibilità al dialogo, contribuendo a sua volta a chiedere il rinvio delle operazioni militari e a spianare la strada ai negoziati.

La reazione dei mercati: il petrolio crolla

La reazione dei mercati internazionali a questa improvvisa svolta diplomatica non si è fatta attendere, e ha assunto immediatamente i contorni di un vero e proprio terremoto finanziario. Il prezzo del petrolio, che nelle settimane precedenti aveva galoppato verso l'alto alimentato dalle tensioni e dalla paura di un conflitto generalizzato, ha subito un crollo verticale.

Il Brent del Mare del Nord, il benchmark globale per il greggio, è sceso di oltre il 4,56%, attestandosi intorno agli 83,92 dollari al barile, mentre il suo equivalente statunitense, il West Texas Intermediate (WTI), ha registrato un calo ancora più marcato, pari al 4,75%, scendendo a 80,66 dollari al barile.

Il forte ribasso, che ha spazzato via in poche ore i guadagni accumulati nei giorni precedenti, riflette l’immediato sollievo degli investitori, che hanno interpretato l’annuncio di Trump come un segnale concreto di una possibile distensione, capace di scongiurare il temuto blocco totale delle forniture energetiche provenienti dal Golfo Persico e di rimettere in moto i flussi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz.

Il braccio di ferro sullo Stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso il quale transita una quota significativa del petrolio mondiale, resta al centro di un braccio di ferro che ora si sposta sul tavolo dei negoziati. Le posizioni di partenza, tuttavia, appaiono ancora distanti, come dimostra la pronta smentita giunta da Teheran.

Fonti vicine al team negoziale iraniano, citate dall'agenzia Fars News, hanno infatti negato che sia stato raggiunto alcun accordo per la riapertura dello Stretto, ribadendo che quest'ultimo rimarrà chiuso finché continueranno quelle che vengono definite le "azioni ostili" degli Stati Uniti. La rotta per il transito delle navi, secondo quanto riferito, continuerebbe a essere gestita esclusivamente dalla Marina dei Guardiani della Rivoluzione, che concede il passaggio solo attraverso un percorso designato.

Il condizionale rimane d'obbligo, e l'esito dei prossimi colloqui sarà determinante non solo per le sorti della crisi, ma anche per l'andamento dei mercati energetici, che restano in attesa di segnali più chiari sulla reale volontà delle parti di giungere a una tregua duratura e su quali saranno i reali termini di un possibile accordo.

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