L'Iran chiude lo Stretto di Hormuz, i Pasdaran bloccano il transito delle navi petrolifere

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La rappresaglia dell'Iran all'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele, avvenuto nella giornata di sabato 28 febbraio, si è materializzata nella serata con una decisione dagli effetti potenzialmente dirompenti per gli equilibri energetici mondiali. I Pasdaran, il Corpo d'élite della rivoluzione islamica, hanno infatti proceduto alla chiusura dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo che collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e, attraverso di esso, con i mercati globali. Secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa internazionali, compresa la Reuters, e confermato dagli stessi media vicini al regime di Teheran, il blocco è totale e colpisce il transito di qualsiasi nave, con una priorità assoluta: fermare le petroliere. Le stesse comunicazioni via VHF, attribuite ai Guardiani della Rivoluzione, sono state chiare nell'intimare che nessuna imbarcazione è autorizzata ad attraversare quel tratto di mare largo, nel suo punto più angusto, poco più di trentatré chilometri. Una mossa, questa, che era stata più volte ventilata come estrema ratio negli anni passati e che oggi, in un contesto di guerra aperta, diventa realtà.

Il rischio di una paralisi per quasi un quinto del petrolio mondiale

La chiusura dello Stretto di Hormuz non rappresenta soltanto un'ulteriore escalation sul campo militare, ma introduce un elemento di crisi strutturale per l'economia globale. Dall'Energy Information Administration statunitense a numerosi centri studi indipendenti, la definizione è unanime: Hormuz è il "collo di bottiglia" più importante al mondo per i flussi energetici. Ogni giorno, in condizioni di normalità, vi transitano circa venti milioni di barili di petrolio greggio e prodotti raffinati, una quota che si aggira attorno al venti per cento dell'intera domanda globale. A questi si aggiungono quantitativi rilevantissimi di gas naturale liquefatto, in particolare quello qatariota, che proprio da quel passaggio dipende per raggiungere i mercati asiatici ed europei. L'interruzione forzata imposta da Teheran, dunque, taglia di fatto una delle arterie principali attraverso cui pulsano gli scambi energetici, con conseguenze che i mercati avevano già iniziato a metabolizzare nella seduta di venerdì, quando i future sul greggio avevano registrato un balzo del tredici per cento, un'impennata che inrava il cosiddetto "premio per il rischio geopolitico".

L'impatto sulle forniture globali e le contromisure al vaglio dell'Opec Plus

Di fronte a questo scenario, le opzioni logistiche e strategiche per aggirare l'ostruzione appaiono estremamente limitate. Le condotte dell'Arabia Saudita, che potrebbero deviare parte del greggio verso il Mar Rosso, e quelle degli Emirati Arabi Uniti dirette al porto di Fujairah, non hanno la capacità residua sufficiente a compensare un blocco prolungato. L'Opec Plus, il cartello dei paesi esportatori che si riunisce regolarmente per decidere i livelli di produzione, si trova ora a dover rivedere i propri piani: le indiscrezioni raccolte alla vigilia dell'attacco parlavano di un incremento graduale e misurato dell'offerta, ma la chiusura di Hormuz costringe a valutare aumenti ben più consistenti, nel tentativo di calmierare un prezzo del barile che rischia di sfuggire a ogni controllo. Un'eventualità, quest'ultima, che avrebbe ripercussioni immediate sull'inflazione a livello mondiale, complicando ulteriormente le strategie delle banche centrali, già alle prese con tassi di interesse da modulare in un contesto di crescita rallentata.

Le comunicazioni ai navigli e l'allerta del Dipartimento dei Trasporti americano

Sul piano operativo, la situazione nelle acque del Golfo è già degenerata in una condizione di pericolo concreto per la navigazione civile. Il Dipartimento dei Trasporti degli Stati Uniti ha diramato una raccomandazione pressante, invitando tutte le navi commerciali a tenersi alla larga dall'area compresa tra lo Stretto di Hormuz, il Golfo Persico, il Golfo di Oman e il Mar Arabico, zone ora interessate da una "significativa attività militare". Un passaggio, quello contenuto nell'avviso, che lascia intendere come il rischio di incidenti o di azioni ostili sia considerato elevatissimo. A rendere l'idea del clima che si respira in quelle acque, c'è anche un'ulteriore indicazione: le imbarcazioni che battono bandiera statunitense, o che comunque hanno proprietà o equipaggio americano, devono mantenersi ad almeno trenta miglia nautiche di distanza da qualsiasi unità militare degli Stati Uniti, per non essere scambiate per una minaccia ostile e quindi finite sotto tiro. Una precauzione che suggerisce come la tensione abbia ormai raggiunto livelli tali da rendere ogni contatto un potenziale innesco per nuovi scontri.

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