Teo Canzi, il vincitore di Masterchef, e il legame con la Brianza: “Il mio sogno? Un ristorante che valorizzi il territorio”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La quindicesima edizione di MasterChef Italia, giunta al termine giovedì sera su Sky, ha visto la consacrazione di Matteo Canzi, per tutti Teo, giovane di 24 anni di Olgiate Molgora che ha saputo conquistare i giudici Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli con un menu, intitolato “Tutto di me”, capace di racchiudere la sua storia personale e la sua visione della cucina. Studente di International Marketing, Canzi ha dovuto affrontare non solo le insidie della gara – superando sei Pressure Test e vincendo due Golden Pin – ma anche lo scetticismo iniziale della sua famiglia, che per lui immaginava un percorso più tradizionale legato allo studio di commercialisti del padre. La finale, trasformata in un inaspettato testa a testa con Carlotta Bertin, 25enne di Candelo, dopo l'eliminazione di Dounia e Matteo Rinaldi, ha premiato la sua determinazione e la sua capacità di mettersi in gioco, regalandogli un premio di 100mila euro in gettoni d’oro, un corso di alta formazione presso ALMA e la pubblicazione del suo primo libro di ricette, “Il gusto del perché – Nulla si crea. Nulla si distrugge. Tutto si cucina”, in uscita il 12 marzo per Baldini+Castoldi.
Dalla zuppa del chiodo al risotto: le radici di un’identità culinaria
Il percorso di Teo verso la vittoria affonda le sue radici nella tradizione familiare e in un legame viscerale con la Brianza, un territorio che, come lui stesso ha raccontato in un'intervista a Merateonline, sente il bisogno di esplorare e valorizzare. La scintilla è scoccata da bambino, tra i fornelli di casa con la nonna Egidia, quando una filastrocca imparata a scuola, “La zuppa del chiodo”, lo spinse a chiederle di preparare insieme quel piatto semplice e simbolico. Da quel momento, la passione è cresciuta, passione che lui stesso definisce con autoironia quella di un “piromane mancato”, affascinato dal fuoco e dalla possibilità di creare qualcosa di primordiale come nutrire le persone. La vera illuminazione, però, è arrivata quattro anni fa durante le festività natalizie, con la preparazione di un filetto alla Wellington che gli fece capire come quella potesse essere la sua strada, nonostante gli studi in ambito economico e un futuro professionale già in parte tracciato tra Milano e Londra nel mondo della finanza.
Un menu autobiografico tra tecnica e innovazione
Nella serata finale, Teo ha messo in piatto questo percorso di vita con un menu degustazione pensato come un racconto in quattro portate. L’antipasto, “Il primo chiodo”, era un omaggio esplicito alla nonna e alla loro zuppa, reinterpretato in chiave moderna con un chawanmushi di brodo dashi, verdure in giardiniera e una carota tornita a forma di chiodo. A seguire, “Confronto”, un risotto affumicato alla zucca con pesce gatto e crema di porcini, piatto che per lui rappresenta l’ingrediente principe della sua terra, quello al quale è più legato e che ha voluto portare in alto come simbolo della Lombardia, ottenendo il plauso particolare di Cannavacciuolo per la cottura millimetrica. Il secondo, “Il coraggio di cambiare”, vedeva un piccione in due consistenze – petto a bassa temperatura e coscia croccante glassata – accompagnato da un purè affumicato di patata e topinambur, a simboleggiare la sua evoluzione personale all’interno del programma. Infine, il dessert “La ciliegina sulla torta”, un semifreddo al mascarpone e yogurt greco con cuore di ciliegie marinate, ha chiuso un cerchio perfetto, nonostante una piccola osservazione dei giudici sulla consistenza, che non ha comunque intaccato la forza complessiva della sua proposta.
L’ombra del dubbio e la spinta decisiva
Il percorso di Canzi non è stato privo di ostacoli e momenti di fragilità. Dopo una prova di panificazione a metà gennaio che lo aveva lasciato particolarmente scottato e insoddisfatto, il giovane cuoco ha attraversato un periodo di smarrimento, cucinando in sordina e dubitando delle sue capacità. La svolta, come ha raccontato, è arrivata durante l’esperienza nella cucina del tristellato Giancarlo Perbellini: in quel contesto di frenesia controllata e di richiesta di precisione assoluta, Teo ha trovato la serenità e la consapevolezza necessarie per affrontare le sfide successive con una nuova tranquillità. Un'altra lezione fondamentale, sul piano emotivo, gli è stata offerta da Cannavacciuolo, quando gli concesse una seconda possibilità dopo un errore, un gesto che lo segnò profondamente e gli fece capire di non poter deludere quella fiducia. Ogni giudice, del resto, ha contribuito alla sua crescita: Barbieri gli ha mostrato livelli tecnici altissimi, mentre Locatelli, sentito particolarmente vicino al suo territorio di lago, gli ha insegnato a portare la semplicità nell'alta cucina.
Un futuro tra studio e radici: il progetto per la Brianza
Ora che i riflettori si sono spenti, Teo ha le idee chiare sul suo futuro, sebbene il percorso sia ancora tutto in divenire. Pur avendo inizialmente accarezzato l’idea di diventare private chef, durante la gara ha maturato la convinzione di voler aprire un ristorante tutto suo, dove poter esprimere pienamente la sua filosofia culinaria. Un sogno che passa inevitabilmente attraverso la conoscenza approfondita delle sue origini: il giovane vincitore è determinato a studiare la cucina tradizionale brianzola, esplorando il territorio della zona lecchese e dell’Adda alla ricerca di una vera e propria identità gastronomica, che secondo lui ha molto più da offrire di quanto non appaia. Nel frattempo, c’è il libro, che non sarà una semplice raccolta di ricette ma un volume strutturato in otto capitoli dedicati alle tecniche culinarie – dalla cottura in umido a quella molecolare, passando per il risotto – con approfondimenti sulla chimica degli alimenti, e poi c’è il corso all’ALMA, a Parma, per affinare la sua preparazione professionale. La notorietà, racconta, l’ha già assaggiata, al punto da doversi talvolta recare a fare la spesa con cappuccio e occhiali da sole per non essere riconosciuto, ma l’affetto della gente, specialmente nella sua Olgiate, a Merate e a Calco, è per lui motivo di orgoglio.




