Teo Canzi, il vincitore di MasterChef: “Il mio sogno? Dare un’identità alla cucina della Brianza”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La quindicesima edizione di MasterChef Italia, andata in onda su Sky Uno e prodotta da Endemol Shine Italy, si è chiusa con un trionfo che profuma di terra e di lago, oltre che di tecnica e sperimentazione. È Matteo Canzi, per tutti Teo, 24 anni di Olgiate Molgora, in provincia di Lecco, il nome inciso sul prestigioso trofeo del cooking show più seguito d’Italia. Una finale tesissima, quella andata in scena giovedì sera, che ha riservato colpi di scena fino all'ultimo minuto: i giudici Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli, dopo aver eliminato Dounia e Matteo Rinaldi al termine del primo episodio, hanno deciso per un inaspettato scontro a due tra il brianzolo e Carlotta Bertini, 25enne di Candelo, in provincia di Biella. È stata proprio la piemontese, entrata nella Masterclass da disoccupata e capace di incantare per tutta la stagione, a dover cedere il passo al rivale, che con il suo menu "Tutto di me" è riuscito a convincere la giuria.

Studente di International Marketing, Teo non ha mai nascosto le sue ambizioni, nemmeno quando i suoi genitori, entrambi commercialisti con uno studio avviato in paese, guardavano con un certo scetticismo a quella passione divampata tra i fornelli. Un'illuminazione, la sua, arrivata quattro anni fa durante le festività natalizie, quando decise di cimentarsi in un Filetto alla Wellington, una ricetta tecnicamente complessa che gli riuscì alla perfezione. Fu in quel momento, racconta, che capì quale sarebbe dovuta essere la sua strada, nonostante un percorso accademico in Economia e Finanza e alcune esperienze lavorative in fondi d'investimento a Milano e Londra. Il richiamo della cucina, però, era più forte: “Studio marketing – spiegava all’ingresso nella Masterclass – ma io voglio cucinare”. La sua partecipazione al talent è stata quindi una scommessa, una rivincita personale per dimostrare alla famiglia, ma soprattutto a se stesso, che quella passione poteva trasformarsi in una professione.

La sua cucina, durante il percorso, è apparsa da subito personale e matura. Teo ha stupito per la capacità di alternare momenti di grande brillantezza tecnica a errori inattesi, come accadde nella famosa prova del panino, che gli è valsa una delle batoste più dure e costruttive. Ma è stato proprio sbagliando che ha imparato a rialzarsi. La svolta, lo ammette, è arrivata durante la prova con lo chef stellato Giancarlo Perbellini: in quel contesto di caos controllato e silenziosa concentrazione, ha trovato la serenità e la consapevolezza definitiva dei propri mezzi. Da quel momento, pur mantenendo quella sana tensione che lo ha sempre contraddistinto, ha iniziato a cucinare con una sicurezza diversa, più matura, consolidando quella che Barbieri stesso ha definito la sua capacità di osare, di andare sempre "di pancia e di cuore".

Il menu che gli ha regalato la vittoria è il manifesto della sua idea gastronomica: un percorso autobiografico che parte dall'infanzia per approdare a una visione matura e territoriale. L’antipasto, "Il primo chiodo", è un omaggio alla nonna Egidia e a una filastrocca imparata da bambino, La zuppa del chiodo, che lui stesso la convinse a preparare insieme, trasformando una storia con una morale in una ricetta condivisa. Si tratta di un chawanmushi di brodo dashi, accompagnato da verdure in giardiniera e una carota a forma di chiodo. Il primo piatto, "Confronto", è un risotto affumicato alla zucca con pesce gatto e crema di porcini, un piatto che per lui racchiude l'essenza della sua terra: "Il risotto è l’ingrediente che mi ha cresciuto, quello che preferisco alla pasta. La mantecatura lega come in una relazione, bisogna starci sopra”. E poi il secondo, "Il coraggio di cambiare", un piccione in due cotture con purea di topinambur, e il dessert, "La ciliegina sulla torta", nonostante un appunto tecnico dei giudici sulla consistenza del semifreddo.

Oltre al premio di 100mila euro in gettoni d’oro, la vittoria gli spalanca le porte di un corso di alta formazione presso ALMA, La Scuola Internazionale di Cucina Italiana, e la pubblicazione del suo primo libro di ricette, "Il gusto del perché – Nulla si crea. Nulla si distrugge. Tutto si cucina", in uscita il 12 marzo per Baldini+Castoldi. Ma il sogno nel cassetto, per il giovane chef, è un altro, e affonda le radici nel territorio in cui è cresciuto. Non una semplice bakery o un locale qualsiasi, ma qualcosa di più ambizioso e identitario. Teo sogna di dare una cucina alla Brianza dei laghi, un'area che, a differenza della bassa, non ha mai avuto una tradizione culinaria riconosciuta. “Seguendo l’Adda – ha spiegato – si trovano pesce, selvaggina, funghi ed erbe spontanee. Vorrei lavorare su questo, dopo il corso all’Alma. Per ora i soldi del premio li farò fruttare: ho studiato per questo”.

La scoperta della cucina e il confronto con i giudici

Il percorso di Teo dentro la cucina di MasterChef è stato segnato da un rapporto profondo e formativo con i tre giudici, ognuno dei quali, a suo dire, gli ha trasmesso qualcosa di unico. Da Antonino Cannavacciuolo ha ricevuto un supporto fondamentale sul piano emotivo, quello che gli ha permesso di non crollare nei momenti di maggior pressione, come quando lo chef, credendo in lui, gli concesse una seconda possibilità dopo un errore grossolano che lo avrebbe altrimenti eliminato. Da Bruno Barbieri, invece, ha appreso l'importanza di una tecnica raffinata, specialmente nella lavorazione della pasta fatta in casa. E poi c’è Giorgio Locatelli, con cui sente una particolare affinità legata ai territori d’acqua: "Lo sento vicino al mio territorio di lago – ha raccontato – magistrale il suo coregone aperto a libro". Queste influenze, assorbite e rielaborate, si sono fuse con le sue esplorazioni personali nel mondo della gastronomia spagnola e giapponese, creando un bagaglio tecnico e culturale che ora attende solo di essere messo in pratica.

Il futuro tra smentite e nuove ambizioni

Nelle ore successive alla vittoria, complice l'entusiasmo del pubblico e la visibilità mediatica, sono iniziate a circolare voci insistenti su un suo futuro nella brigata di Villa Crespi, il ristorante tre stelle Michelin di Antonino Cannavacciuolo. Voci che lo stesso diretto interessato ha prontamente smentito, con la chiarezza e la determinazione che lo hanno contraddistinto durante la gara. “Non è assolutamente vero – ha tenuto a precisare in un'intervista – anche perché non siamo autorizzati a prendere contratti prima della fine della messa in onda. Certo, lavorare in un ristorante così è un sogno, ma passeranno molti mesi e ci sarà sicuramente prima il mio corso all’Alma”. Intanto, una promessa deve mantenerla, ed è quella fatta alla sua ragazza Elena: ora che ha vinto, la porterà a cena da Da Vittorio, a Brusaporto, un altro tempio dell'alta ristorazione italiana. Un gesto simbolico, il suo, che chiude il cerchio di un'esperienza iniziata con un dubbio e terminata con la certezza di aver scelto la strada giusta, quella che da bambino, arrampicato su uno sgabello per guardare cucinare la nonna, aveva già intuito di voler percorrere.

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