Rafah, una città fantasma nel piano Trump per Gaza
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Redazione Esteri
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Le parole del presidente americano Donald Trump, il quale ha dichiarato che a Rafah "non c'è più Hamas", gettano una luce cruda su una realtà già di per sé desolante, accentuando i timori di una frammentazione permanente di Gaza. Quella che un tempo era un vivace valico a Sud della Striscia, un crocevia di commerci e persone, oggi si staglia come una città fantasma, cancellata dalla cartina geografica e sigillata sotto il rigido controllo militare. Situata lungo il confine con l'Egitto, l'abitato, che un tempo ospitava duecentocinquantamila anime, è stato ridotto in cenere, un cumulo di macerie dove la vita, semplicemente, non trova più spazio. Il suo destino, così come quello dell'intera enclave, appare ora sospeso in un delicato e precario equilibrio, mentre si discute di quale forma di governance potrà eventualmente sostituire il vecchio potere.
Il dopo distruzione e i conti interni
Dopo il giubilo per il cessate il fuoco e lo scambio di prigionieri, ciò che resta di Gaza è un paesaggio apocalittico, un campo sterminato di rovine che le organizzazioni internazionali descrivono come invivibile e pericoloso, anche a causa delle numerose mine inesplose. Quello che le operazioni militari non hanno portato a compimento, rischia di essere completato da una guerra interna, con regolamenti di conti tra fazioni rivali che agiscono in un territorio dove la legge è venuta meno. In questo vuoto, si attende l'arrivo di un ipotetico "consiglio di pace", composto da tecnocrati stranieri e uomini d'affari internazionali, chiamato a un compito che molti giudicano proibitivo.
Lo stallo del piano e le divergenze regionali
Il piano proposto da Trump per Gaza, che prevede l'istituzione di una forza di polizia palestinese, si trova in una fase di stallo a causa delle profonde divergenze tra i paesi della regione. L'Egitto, da una parte, insiste sulla necessità di schierare forze internazionali per scongiurare nuovi focolai di instabilità, mentre i Paesi del Golfo mostrano una certa riluttanza a impegnarsi direttamente. Esiste, come è stato osservato, una notevole distanza tra la capacità di Washington di imporre una tregua e il suo potere di persuadere gli alleati arabi e occidentali a contribuire con truppe o ingenti fondi per la ricostruzione, un'operazione i cui costi, del resto, sono ancora tutti da quantificare.
La complessità della mediazione
La situazione ricorda, per alcuni aspetti, dinamiche storiche in cui figure politiche forti hanno agito da mediatori in circostanze estremamente complesse. La pace, o quantomeno la tregua raggiunta, ha generato reazioni contrastanti, evidenziando come il percorso per una soluzione duratura sia ancora lungo e irto di ostacoli. La sfida principale rimane quella di conciliare le esigenze di sicurezza con la necessità di avviare un processo di rinascita per un territorio che ha subito danni immensi, fisici e sociali, e che ora si interroga sul proprio futuro in un contesto geopolitico in continua evoluzione.




