Il governo vara il decreto per la trasparenza salariale, obbligo di indicare la retribuzione negli annunci
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Redazione Interno
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Il Consiglio dei ministri, riunitosi giovedì 5 febbraio, ha approvato il decreto legislativo che recepisce la direttiva Ue sulla parità retributiva, un provvedimento che introduce obblighi stringenti di trasparenza per le aziende e nuovi diritti per i lavoratori, con l’obiettivo dichiarato di combattere e ridurre il divario retributivo di genere. Il testo, composto da una ventina di articoli, giunge ben prima della scadenza europea del 7 giugno, a significare una volontà politica di imprimere un’accelerazione decisa su un tema sensibile e storicamente irto di ostacoli culturali oltre che normativi.
I pilastri della nuova disciplina: dagli annunci al diritto di informazione
Il cuore della riforma, che modifica in profondità la disciplina prevista dal codice delle pari opportunità, ruota attorno a due assi principali. Il primo, quello più immediatamente visibile, impone a tutti i datori di lavoro – sia pubblici che privati – di indicare la retribuzione, o comunque la sua forbice, negli annunci di assunzione, un obbligo che mira a prevenire disparità già in fase di selezione e a rendere il mercato del lavoro più trasparente. Il secondo, più articolato, stabilisce che i criteri per determinare gli stipendi, i livelli retributivi e le progressioni di carriera debbano essere resi «facilmente accessibili» ai dipendenti, i quali avranno così strumenti concreti per comprendere la logica economica alla base della propria busta paga.
Il meccanismo di controllo e il peso dell'onere della prova
Oltre a questi adempimenti informativi, il decreto introduce un meccanismo di controllo sostanziale che potrebbe rivelarsi dirompente nelle dinamiche aziendali. Qualora un lavoratore, sulla base di elementi oggettivi, ritenga di subire una discriminazione retributiva, potrà infatti richiedere per iscritto al datore di lavoro informazioni sulla propria retribuzione media e su quella dei colleghi che svolgono le stesse mansioni. Se l’azienda non fornisce tali dati, o se essi rivelano un divario superiore al 5% – una soglia che il legislatore ha fissato come indicatore di una potenziale iniquità –, scatterà un vero e proprio ribaltamento dell’onere della prova in sede giudiziale o arbitrale: spetterà al datore dimostrare che la differenza non è discriminatoria, bensì fondata su fattori oggettivi e del tutto estranei al genere.
Le ricadute operative e il raccordo con la cronaca giudiziaria
La nuova normativa, che prevede anche specifici obblighi di rendicontazione per le aziende più grandi, si inserisce in un contesto dove le questioni di equità e trasparenza nei luoghi di lavoro sono sempre più al centro del dibattito pubblico, anche in conseguenza di inchieste giudiziarie – spesso condotte con scrupolo dalle procure – che hanno portato alla luce, in settori diversi, sistemi organizzativi opachi e condizioni di sfruttamento. Mentre il governo di Trump, oltreoceano, persegue politiche economiche differenti, in Italia il percorso tracciato dal decreto punta a rendere strutturale un diritto all’informazione che, se efficacemente applicato, potrebbe modificare significativamente le relazioni professionali, spostando parte del potere contrattuale verso i dipendenti e favorendo, nel lungo periodo, una cultura aziendale più meritocratica e paritaria.




