La notte dei raid pakistani in Afghanistan, il ministero dell'Interno: “Uccisi 70 militanti”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il confine conteso tra Pakistan e Afghanistan è tornato a essere teatro di una sanguinosa operazione militare, un attacco condotto nelle prime ore di domenica da Islamabad che ha riacceso le tensioni in una regione già segnata da decenni di conflitti. Fonti ufficiali pakistane, a cominciare dal vice ministro dell'Interno Talal Chaudhry intervenuto ai microfoni di Geo News, hanno riferito che nel corso di raid mirati sarebbero stati neutralizzati almeno settanta militanti, un'operazione definita come “selettiva” e basata su informazioni di intelligence, che aveva l'obiettivo dichiarato di colpire sette distinti campi e nascondigli situati nelle province orientali afghane di Nangarhar e Paktika -2-4. La rappresaglia, stando alla ricostruzione fornita dal governo di Islamabad, si inserirebbe in una strategia di risposta agli attentati suicidi che nelle ultime settimane hanno insanguinato il paese, prendendo di mira convogli militari e persino un luogo di culto nella capitale, con un tragico bilancio di vittime tra le forze di sicurezza e la popolazione civile -1. L’operazione notturna, della quale i giornalisti dell’Afp non hanno potuto verificare in modo indipendente l’esatto ammontare delle perdite umane, è stata giustificata dalle autorità come un atto dovuto per garantire la sicurezza nazionale, dopo quello che descrivono come il reiterato fallimento delle autorità afghane nel contrastare la presenza di gruppi armati che, dal loro territorio, pianificherebbero e lancerebbero attacchi oltre il confine -8.

Il racconto delle vittime e la promessa di ritorsione da parte dei talebani

Se Islamabad parla di obiettivi militari centrati con precisione, la narrazione che arriva da Kabul è profondamente diversa e restituisce l’immagine di una notte di terrore piovuta addosso a civili inermi. Il portavoce del governo afghano, Zabihullah Mujahid, ha denunciato con forza quella che viene definita una flagrante violazione della sovranità territoriale, affermando che i raid pakistani hanno colpito “varie aree civili” e che tra le macerie sono state tratte in saldo decine di vittime, tra le quali si contano donne e bambini -2-3. Fonti locali e la Mezzaluna Rossa afghana hanno parlato di abitazioni rase al suolo e di una madrassa religiosa finita nel mirino delle bombe, un attacco che ha costretto i sopravvissuti a setacciare le macerie con le mani e a preparare fosse comuni per seppellire i propri morti -2-10. La reazione dei talebani non si è fatta attendere: oltre alla convocazione formale dell'ambasciatore pakistano a Kabul per la consegna di una nota di protesta, è arrivata la promessa di una risposta, definita “calcolata e appropriata”, lasciando intendere che l'attacco non rimarrà senza conseguenze e che le relazioni, già fragilissime tra i due vicenti, potrebbero incamminarsi verso una pericolosa escalation -3-10.

I numeri contrastanti di un conflitto asimmetrico

Sul terreno, la conta dei morti diventa essa stessa un campo di battaglia, con cifre che oscillano e si contraddicono a seconda della fonte, alimentando una guerra di narrazione che rispecchia la complessità del conflitto. Mentre il viceministro Chaudhry parlava di settanta militanti uccisi, i media statali pakistani hanno prontamente rilanciato un bilancio aggiornato, portando il numero delle vittime tra le file dei ribelli a ottanta, una forbice che una fonte della sicurezza pakistana ha confermato all'Afp, aggiungendo come il numero dei morti fosse destinato purtroppo a salire -6. Dall'altro lato, le autorità afghane hanno fornito cifre altrettanto drammatiche ma diametralmente opposte per tipologia di vittime, citando diciotto civili morti solo nella provincia di Nangarhar, un dato che contrasta nettamente con la versione ufficiale di Islamabad, la quale insiste nell'affermare di aver preso di mira esclusivamente sette basi terroristiche, identificate come centri operativi dei talebani pakistani (TTP) e dello Stato islamico della provincia di Khorasan (ISKP) -5-3. Questi raid, giustificati come una risposta agli attentati che hanno preso di mira un convoglio militare a Bannu e un posto di sicurezza a Bajaur, rappresentano una pericolosa escalation in un'area in cui mediatori internazionali, inclusi quelli qatarioti e turchi, avevano faticosamente cercato di mantenere una tregua dopo i sanguinosi scontri dello scorso ottobre -1-2.

Le accuse di terrorismo “esportato” e la crisi diplomatica

Alla base di questa ennesima crisi, che rischia di vanificare gli sforzi di stabilizzazione compiuti negli ultimi mesi, si staglia un contrasto politico e diplomatico ormai cronico, fatto di reciproche accuse e veti incrociati. Il governo pakistano, per bocca del ministro per l'Informazione Attaullah Tarar, ha ribadito di possedere “prove conclusive” che collegano gli attentatori suicidi attivi in Pakistan a una regia situata oltre il confine, accusando apertamente l'amministrazione talebana di Kabul di non aver mantenuto gli impegni assunti con l'accordo di Doha, che prevedevano la non utilizzazione del territorio afghano come base per attacchi contro altri paesi -2-6. Dall'altra parte, il ministero della Difesa afghano ha respinto con forza queste accuse, definendo le incursioni aeree una palese violazione del diritto internazionale e un atto di aggressione che non può essere giustificato da presunte minacce alla sicurezza interna pakistana -3. Questa nuova crisi, che segue di pochi mesi gli scontri di frontiera dell'ottobre precedente e i falliti colloqui di Istanbul, dimostra come la fiducia tra i due paesi sia ai minimi storici, e come la gestione dei gruppi armati che si muovono a cavallo della linea Durand continui a rappresentare una polveriera pronta a esplodere al primo pretesto, con le popolazioni di confine intrappolate in una logica di rappresaglie che non sembra avere fine -2-10.

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