Il Pakistan bombarda l’Afghanistan, 13 vittime civili tra cui 11 bambini secondo i talebani
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Redazione Esteri
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Nuovo, sanguinoso capitolo nello scontro latente che opposte da mesi i due vicini. L’Afghanistan, attraverso la voce del portavoce del governo talebano Zabihullah Mujahid, ha accusato il Pakistan di aver lanciato una serie di attacchi aerei notturni, i quali avrebbero colpito tre province orientali del Paese – Khost, Kunar e Paktika – causando un bilancio provvisorio pesantissimo.
Secondo la ricostruzione fornita da Kabul, i raid, che rappresentano l’escalation più letale delle ultime settimane dopo un periodo di relativa calma, avrebbero raso al suolo abitazioni civili, uccidendo almeno 13 persone e ferendone altre 14. Ciò che sconcerta, e che rischia di inasprire ulteriormente le tensioni al confine, è la composizione delle vittime: Mujahid ha infatti dichiarato che tra i corpi senza vita estratti dalle macerie ci sarebbero 11 bambini, una donna e un anziano.
L’accusa di violazione della sovranità
La reazione delle autorità di Kabul non si è fatta attendere, ed è stata caratterizzata da una ferma condanna che definisce i bombardamenti come un’“aggressione brutale e disumana”. Il governo guidato dai talebani, che dal ritorno al potere nel 2021 fatica a ottenere legittimazione internazionale, ha denunciato quella che considera una palese violazione della propria sovranità territoriale, sostenendo che i caccia pakistani abbiano deliberatamente preso di mira edifici residenziali.
Sebbene Islamabad non abbia ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in risposta a queste specifiche operazioni – come riportato dalle agenzie stampa nelle ore successive agli eventi – è noto come la posizione del governo pakistano si basi storicamente sul diritto di autodifesa, giustificando tali incursioni con la necessità di colpire presunti rifugi di gruppi militanti che agiscono oltre il confine.
Il contesto di un conflitto latente
Questi attacchi non rappresentano un episodio isolato, bensì l’ennesimo picco di una spirale di violenza che ha riacceso la miccia lungo la linea Durand, l’instabile confine coloniale che separa i due paesi. Dalla fine di febbraio, il confine è diventato teatro di duri scontri a fuoco e raid aerei senza precedenti, i quali avevano già causato centinaia di vittime tra i civili nei mesi precedenti, come documentato da un recente rapporto delle Nazioni Unite.
L’attacco di mercoledì, in particolare, arriva a poche ore di distanza da un assalto rivendicato dai talebani pakistani (TTP) avvenuto nel vicino distretto di Hasan Khel, all’interno del territorio pakistano, dove sei membri di una forza paramilitare erano rimasti uccisi. È in questo intrico di reciproche accuse – con Islamabad che accusa Kabul di proteggere i militanti del TTP e i talebani che negano recisamente, definendosi vittime di un’ingerenza straniera – che si consuma la tragedia delle popolazioni di frontiera.
Bombardamenti mirati o errore militare?
Se da un lato il portavoce Mujahid parla chiaramente di abitazioni civili colpite nel cuore della notte, dall’altro la stampa pakistana filo-governativa tende a inquadrare l’operazione come una misura necessaria per smantellare le infrastrutture dei gruppi armati che minacciano la sicurezza nazionale. Tuttavia, la cronaca riportata in questi fr frangenti non lascia spazio a interpretazioni diplomatiche sul danno collaterale: i raid hanno colpito zone decentrate, lontane dai grandi centri urbani, ma densamente popolate da famiglie.
La notizia, che ha subito fatto il giro del mondo, evidenzia come sia proprio la popolazione civile, e in particolar modo i minori – i quali rappresentano la stragrande maggioranza dei deceduti in questo frangente – a pagare il prezzo più alto di una guerra per procura che si combatte a colpi di jet e droni tra due nazioni tecnicamente non in guerra aperta, ma di fatto impegnate in una costante rappresaglia.




