Il Pakistan bombarda Kabul e dichiara guerra aperta ai talebani afghani

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notte di Kabul è squarciata dalle esplosioni, e il fragore dei jet, inizialmente scambiato per un terremoto dalla popolazione in preda al panico, lascia presto spazio alla consapevolezza di un attacco senza precedenti. L'aviazione pachistana, nel corso della notte tra giovedì e venerdì, ha condotto una serie di bombardamenti mirati non più solo lungo la porosa linea di confine, ma nel cuore politico e simbolico dell'Afghanistan, colpendo obiettivi militari nella capitale e a Kandahar, la storica roccaforte dove risiede il leader supremo dei talebani, Haibatullah Akhundzada. L'operazione, battezzata "Ghazab lil-Haq" (Giusta Furia), segna un'inquietante escalation in un conflitto che, da mesi, covava sotto la cenere di una tregua fragile e sistematicamente violata, e che ora rischia di trascinare due paesi vicini, di cui uno dotato di arsenale nucleare, in una spirale dagli esiti imprevedibili.

La dottrina della "profondità strategica" si sgretola sotto le bombe

La dichiarazione del ministro della Difesa pachistano Khawaja Muhammad Asif, che ha parlato senza mezzi termini di "guerra aperta" in un post sul social X, non è soltanto la reazione a un'imboscata o a un raid di rappresaglia, ma rappresenta il crollo di un equilibrio strategico decennale. Per Islamabad, che dalla sua fondazione nel 1947 ha sempre guardato all'Afghanistan come al necessario "profondità strategica" per arginare l'influenza dell'India, vedere i talebani afghani – un tempo considerati alleati e protetti – voltare le spalle ai vecchi mentori è una minaccia esistenziale. Le autorità pachistane, da tempo, accusano il regime di Kabul di ospitare e rifornire di armi, spesso quelle abbandonate dalla coalizione occidentale dopo il ritiro del 2021, i militanti del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), autori di una sanguinosa recrudescenza di attentati suicidi sul suolo pachistano, inclusa la recente strage in una moschea a Islamabad. La pazienza, per usare le parole del ministro, è finita, e la ritorsione non si è fatta attendere: secondo fonti militari di Islamabad, i raid avrebbero ucciso oltre 130 combattenti talebani e distrutto depositi di munizioni, quartier generali di d'armata e postazioni di blocco lungo il confine.

La risposta afghana e la linea Durand, ferita aperta

Dall'altro lato della linea Durand – quel confine tracciato in epoca coloniale che Kabul non ha mai formalmente riconosciuto – la reazione non è tardata a manifestarsi, sebbene con la cautela di chi è militarmente inferiore. Il portavoce del governo talebano, Zabihullah Mujahid, dopo aver confermato gli attacchi subiti a Kabul, Paktia e Kandahar, ha dapprima minacciato rappresaglie per poi annunciare, in un clima di confusione informativa, operazioni di ritorsione contro postazioni militari pachistane, rivendicando l'uccisione di decine di soldati avversari. La narrazione, come spesso accade in questi frangenti, si fa nebulosa e contraddittoria: se il portavoce del primo ministro pachistano Shehbaz Sharif parla di postazioni nemiche distrutte e territori riconquistati, dall'Afghanistan filtra la voce di otto propri soldati caduti e la volontà, espressa a mezzo stampa da un portavoce militare, di non dare inizio a scontri ma di reagire solo se attaccati. Ciò che emerge chiaramente è l'incapacità della diplomazia – con i tentativi di mediazione di Turchia e Qatar naufragati nei mesi scorsi – di sanare una frattura che affonda le radici in decenni di diffidenza reciproca e in un conflitto ibrido combattuto per procura.

Lo scenario regionale e gli equilibri di potenza

Sullo sfondo di questa crisi, che ha visto i caccia pachistani violare lo spazio aereo afghano per colpire obiettivi sensibili in città densamente popolate, si stagliano gli equilibri di una regione complessa. L'accusa del ministro Asif, che ha definito i talebani una "colonia dell'India", getta luce sulle paure ataviche di Islamabad: l'accerchiamento da parte del nemico storico, con il quale le relazioni sono perennemente in bilico, e la perdita di influenza su un governo afghano che, al contrario, potrebbe stringere legami sempre più stretti con Nuova Delhi. Nonostante la schiacciante superiorità militare pachistana – un esercito di 660mila uomini e una forza aerea moderna contro i circa 170mila combattenti talebani sprovvisti di aviazione – la minaccia di una guerriglia asimmetrica, capace di colpire i centri urbani con attentati e infiltrazioni, rimane alta e alimenta un clima di insicurezza che travalica i confini. Nel frattempo, gli attori internazionali osservano con preoccupazione: l'ONU ha invocato il rispetto del diritto umanitario e la protezione dei civili, l'Iran si è offerto come mediatore, mentre l'Arabia Saudita e l'Egitto sono stati tempestivamente informati da Islamabad delle proprie ragioni, in una frenetica corsa a cercare appoggi diplomatici che possa legittimare l'offensiva o, quantomeno, scongiurarne l'isolamento.

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