Il Pakistan dichiara guerra aperta all'Afghanistan, raid su Kabul e Kandahar
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La notte tra giovedì e venerdì ha segnato un'impennata drammatica nelle relazioni, già tesissime, tra Pakistan e Afghanistan, con Islamabad che ha ufficialmente dichiarato lo stato di "guerra aperta" attraverso le parole del suo ministro della Difesa, Khawaja Asif. Il suo messaggio, pubblicato sulla piattaforma X, non lasciava spazio a interpretazioni: "La nostra pazienza ha raggiunto il limite. Ora è guerra aperta tra noi e voi". Una dichiarazione formale che ha fatto da preludio a una nuova e violenta ondata di attacchi, con l'aviazione pakistana che ha preso di mira quella che ha definito "infrastruttura militare talebana" non solo a Kabul, la capitale afghana, ma anche nelle roccaforti di Kandahar, nel sud del paese, e nella provincia orientale di Paktia -2-6.
Le esplosioni, come riferito da giornalisti dell'AFP presenti sul posto, hanno squarciato il silenzio della capitale afghana per diverse ore, mentre a Kandahar – città dove risiede abitualmente il leader supremo dei talebani, Hibatullah Akhundzada – si udivano distintamente i jet sorvolare a bassa quota -6. Questa offensiva, battezzata dalle fonti di sicurezza pakistane come "Operazione Ghazab Lil Haq" (l'Ira della Giustizia), rappresenterebbe la risposta diretta all'attacco sferrato poche ore prima dalle forze afghane contro le postazioni militari di Islamabad lungo il poroso confine che separa i due paesi -3-7.
La rappresaglia di Kabul e il nodo mai risolto della linea Durand
L'escalation, va detto, non è piovuta dal cielo ma affonda le radici in un circolo vizioso di attacchi e contrattacchi che si trascina ormai da mesi. Il governo di Kabul, per bocca del suo portavoce Zabihullah Mujahid, ha giustificato l'operazione terrestre su larga scala della notte di giovedì come una rappresaglia necessaria per i raid aerei che il Pakistan aveva condotto all'inizio della settimana, colpendo quelle che Islamabad definiva "nascondigli di terroristi" ma che per l'Afghanistan erano aree civili, inclusa una scuola religiosa -1-5. Secondo la versione afghana, le loro forze hanno lanciato "operazioni offensive su larga scala" lungo l'intera linea di demarcazione, prendendo di mira basi e installazioni militari pakistane e rivendicando successi significativi, tra cui l'uccisione di 55 soldati nemici e la cattura di diversi prigionieri, con alcuni corpi che sarebbero stati portati oltre il confine come trofei -5-10.
Al centro di questo conflitto, che periodicamente riesplode con violenza, c'è una ferita storica profonda e mai rimarginata: la cosiddetta Linea Durand. Tracciata nel lontano 1893 dai britannici, questa frontiera di oltre 2600 chilometri ha diviso arbitrariamente l'etnia pashtun, creando un'instabilità cronica che perdura da oltre un secolo -1-10. Kabul non ha mai riconosciuto ufficialmente questa linea come confine legittimo, un atteggiamento che alimenta il sospetto di Islamabad, timorosa che dalla rivendicazione territoriale possa nascere la spinta per un "Pashtunistan" indipendente in grado di minare l'integrità dei propri confini occidentali.
Le cifre contrastanti di un conflitto asimmetrico e le accuse incrociate
Come spesso accade in questi teatri di guerra, le narrazioni sui caduti divergono in maniera sostanziale, rendendo complesso ricostruire un quadro oggettivo delle perdite. Mentre il ministero della Difesa afghano parlava di 55 militari pakistani uccisi e di 19 posti di frontiera distrutti, da Islamabad arrivavano cifre completamente differenti -5-10. Il portavoce del primo ministro Shehbaz Sharif, Mosharraf Ali Zaidi, ha invece dichiarato in un comunicato che le forze pakistane avrebbero ucciso 133 combattenti afghani, ferendone più di 120, distruggendo 16 postazioni e catturandone sette, smentendo categoricamente qualsiasi perdita di soldati o catture da parte nemica, limitando il danno a due soli militari pakistani uccisi e tre feriti -3-7-10.
Parallelamente alle operazioni militari, è in corso una serrata guerra di accuse. Il ministro della Difesa pakistano ha rincarato la dose, accusando i talebani afghani di avere trasformato il loro paese in una "colonia dell'India", storico rivale regionale di Islamabad, e di "esportare terrorismo" ospitando e supportando gruppi come il Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), noto anche come Talebani pakistani -10. Accuse, queste, che Kabul respinge con forza, ribadendo di non avere alcun controllo su quei gruppi e accusando a sua volta il Pakistan di violare sistematicamente la propria sovranità con bombardamenti che causano vittime civili, come sarebbe accaduto domenica scorsa nelle province di Nangarhar e Paktika, dove secondo l'ONU avrebbero perso la vita almeno 13 civili -6.
La comunità internazionale in allarme: Cina, Iran e Russia offrono mediazione
Di fronte all'evolvere degli scontri, che minacciano di destabilizzare un'intera regione già provata da decenni di conflitti, la comunità internazionale ha iniziato a muoversi con cautela, lanciando appelli alla de-escalation. La Cina, confinante con entrambi i paesi e attenta a non vedere infiammare i propri confini occidentali, ha espresso "profonda preoccupazione" tramite la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, esortando le parti a "mantenere la calma, esercitare la moderazione, raggiungere un cessate il fuoco al più presto ed evitare ulteriori spargimenti di sangue" -4.
Anche Mosca, attraverso l'agenzia RIA Novosti, ha fatto sapere di essere pronta a offrire i propri buoni uffici per una mediazione, qualora venisse richiesta da entrambe le parti in causa, mentre l'Iran ha assunto un ruolo più propositivo -4-10. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, in un messaggio pubblicato su X, ha sottolineato come nel mese di Ramadan, "mese di autocontrollo e solidarietà", sia doveroso risolvere le divergenze attraverso il dialogo, offrendo ufficialmente "qualsiasi assistenza necessaria per facilitare il dialogo e rafforzare la comprensione e la cooperazione" tra i due vicini orientali -4. La tensione, nel frattempo, rimane altissima lungo tutta la linea di confine, con migliaia di profughi afghani bloccati al valico di Torkham e costretti a essere evacuati dalle agenzie umanitarie a causa dei continui colpi di mortaio che cadono sui loro accampamenti -6-10.




