La strage di Kabul e la guerra dimenticata tra Pakistan e Afghanistan
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Redazione Esteri
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Mentre i riflettori della diplomazia internazionale restano puntati sull’escalation che ha coinvolto Iran, Israele e Stati Uniti, un’altra guerra, non meno cruenta e dalle conseguenze potenzialmente devastanti per l’intera regione, prosegue nel sostanziale silenzio dell’opinione pubblica globale. Il conflitto apertosi tra Pakistan e Afghanistan, una tensione che il ministro della Difesa pachistano Khawaja Asif aveva definito senza mezzi termini come “guerra aperta” già alla fine di febbraio, ha toccato un nuovo, orribile apice nella notte tra il 16 e il 17 marzo con un raid aereo su Kabul che ha provocato una carneficina in un centro per la riabilitazione di tossicodipendenti.
Le autorità talebane, per bocca del portavoce Zabihullah Mujahid, parlano di un bilancio provvisorio che supera ogni precedente crudeltà: sarebbero circa quattrocento le persone morte sotto le macerie della struttura, situata nella periferia orientale della capitale, e oltre duecento i feriti, molti dei quali in condizioni disperate. Il centro, che secondo le stime ospitava fino a duemila pazienti, è stato colpito in quella che Islamabad descrive come la prosecuzione dell’operazione “Giusta ira”, mirata – a detta dei comandi militari pachistani – a eliminare infrastrutture terroristiche e basi di gruppi armati che trovano rifugio oltre il confine.
La dinamica dell’attacco, che ha raso al suolo un intero edificio della clinica, ha reso il riconoscimento delle vittime un’impresa straziante e complessa. Il personale del Norwegian Refugee Council, tra le prime organizzazioni umanitarie giunte sul posto per coadiuvare i soccorsi, ha descritto una scena di orrore indicibile. Jacopo Caridi, direttore per l’Afghanistan dell’ong, ha parlato di corpi dilaniati e resti umani sparsi tra le macerie, una situazione che rende oltremodo difficile non solo il conteggio definitivo dei decessi, ma anche la semplice identificazione delle povere vittime, molte delle quali erano pazienti in cura per dipendenze e dunque doppiamente vulnerabili.
La versione di Islamabad e la controversia sui bersagli
Di fronte alla condanna internazionale e alle dettagliate ricostruzioni dei sopravvissuti e degli operatori umanitari, il governo pakistano ha respinto con forza le accuse di aver deliberatamente preso di mira un centro medico. In una nota ufficiale del ministero dell’Informazione, si sostiene che la versione fornita da Kabul sarebbe "del tutto infondata" e che il cosiddetto centro di riabilitazione sorgerebbe in realtà all'interno di un'installazione militare, un compound utilizzato anche come deposito di munizioni e base logistica per elementi armati, inclusi addestratori di attentatori suicidi. Una tesi, quella di Islamabad, che mira a giustificare un attacco altrimenti difficilmente difendibile di fronte al diritto internazionale umanitario, il quale impone la protezione dei civili e delle strutture sanitarie. Le prove portate dai talebani, che mostrano cumuli di macerie e letti di degenza distrutti, vengono liquidate come propaganda, con l’aggravante – denunciata da Islamabad – di possibili manomissioni digitali dei contenuti visivi diffusi.
La tensione, va ricordato, non è affatto un fenomeno recente, ma rappresenta l’esplosione di una polveriera che negli ultimi mesi ha visto chiudere i principali valichi di frontiera e susseguirsi scontri sanguinosi. Il nodo del contendere, mai risolto, è la presenza in territorio afghano del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), un'organizzazione armata che Islamabad accusa di compiere attentati sul proprio suolo godendo dell'impunità garantita dal regime talebano di Kabul. Nonostante le smentite ufficiali, per il Pakistan è evidente che i Talebani afghani, legati al TTP da vincoli ideologici e operativi ben più forti di quanto non ammettano, non abbiano alcuna intenzione – o forse nemmeno la capacità – di neutralizzare questi gruppi, preferendo invece usarli come leva di pressione e strumento di influenza regionale.
Il giorno dopo tra macerie e minacce di vendetta
All’indomani del massacro, l’attenzione a Kabul si è concentrata sulle operazioni di recupero dei corpi e sull’allestimento di funerali collettivi. Le famiglie delle vittime, molte delle quali avevano affidato i propri cari alla struttura sperando in un percorso di recupero, si sono strette attorno alle macerie in una disperata ricerca di superstiti, un’attività frenetica che ha riempito le strade adiacenti al centro di polizia e soccorritori volontari. Il dolore e la rabbia, tuttavia, non sono rimasti confinati al cordoglio privato. Il governo talebano, attraverso la voce del suo ministro degli Interni, Sirajuddin Haqqani – figura storicamente legata alla galassia jihadista più intransigente – ha promesso una risposta. Haqqani, intervenendo proprio durante le esequie di alcune delle vittime, ha definito "criminali" gli autori del raid e ha giurato che seguirà una vendetta, lasciando presagire un'ulteriore escalation militare.
Sul fronte diplomatico, gli sforzi di mediazione appaiono al momento paralizzati. L’inviato speciale cinese, che aveva tentato di tessere una trama di dialogo nelle settimane precedenti, si è trovato di fronte a una situazione radicalmente mutata e più complessa. La richiesta di un cessate il fuoco, avanzata più volte dalle Nazioni Unite e da singoli governi, si scontra con la logica della rappresaglia e con la volontà di Islamabad di continuare a esercitare una pressione militare senza precedenti. Nonostante le apparenze di un conflitto localizzato, il rischio di una guerra aperta e prolungata tra due potenze dotate di forze armate consistenti e contrapposte minaccia di creare un nuovo, pericoloso fronte di instabilità proprio nel cuore dell’Asia, con conseguenze incalcolabili per i civili già provati da decenni di violenze.




