Il Pakistan bombarda Kabul: “Adesso tra noi è guerra aperta”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notizia, se vogliamo chiamarla così, è che la pazienza di Islamabad, per usare le parole del suo ministro della Difesa Khawaja Asif, è giunta al capolinea. Nella notte tra giovedì e venerdì, l'aviazione pachistana ha aperto un nuovo, drammatico capitolo dello scontro con il vicino afghano, colpendo con i propri raid non più soltanto le zone di confine, tradizionale teatro di schermaglie, ma il cuore pulsante del potere talebano. Onde d'urto degli ordigni e rombi di caccia, stando a quanto riferito da testimoni e agenzie di stampa internazionali presenti sul posto, hanno squarciato il silenzio di Kabul, la capitale, e della storica roccaforte di Kandahar, città dove risiederebbe abitualmente il leader supremo dell'Emirato islamico, Haibatullah Akhundzada. Un'operazione, questa, che i comandi militari di Islamabad hanno battezzato “Ghazab Lil Haq”, ovvero “L'ira della giustizia”, e che nelle intenzioni mirava a depositi di munizioni e installazioni militari riconducibili alle forze governative afghane. La risposta del ministero della Difesa di Kabul non si è fatta attendere, con una controffensiva di terra lanciata nelle province di Kandahar e Helmand che, stando ai loro rapporti, avrebbe provocato decine di vittime tra i ranghi pachistani, sebbene tali cifre, come sempre accade in questi frangenti, risultino al momento impossibili da verificare in maniera indipendente.

Le ragioni profonde di una rottura annunciata

Sarebbe tuttavia riduttivo leggere l'accaduto come l'ennesima scaramuccia lungo la linea Durand, quel confine ereditato dall'epoca coloniale britannica e mai formalmente riconosciuto da Kabul. Il nodo della discordia, lo si comprende ascoltando le dichiarazioni dei vertici militari e politici di Islamabad, affonda le proprie radici in un terreno ben più intricato, che è quello del sostegno, reale o presunto, che il regime talebano offrirebbe ai militanti del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), il cosiddetto “Pakistan Taliban”. Quest'ultimi, distinti ideologicamente ma non sempre operativamente dai loro omologhi afghani, conducono da anni una sanguinosa insurrezione nel territorio pachistano, e la nuova amministrazione di Kabul, secondo la tesi di Islamabad, non solo non avrebbe fatto abbastanza per contrastarli dopo la presa del potere nell'estate del 2021, ma ne avrebbe di fatto accolto i quadri dirigenti, offrendo loro basi sicure e libertà di movimento. È su questo terreno che è maturata la decisione di alzare il tiro, passando da una strategia di ritorsioni mirate a ciò che il ministro Asif, in un post sul suo profilo X, ha definito senza mezzi termini una “guerra aperta”, un conflitto dichiarato tra due Stati che solo pochi mesi fa, va ricordato, sedevano allo stesso tavolo grazie alla mediazione di Qatar e Turchia per tentare di ricucire lo strappo.

Il peso di una dichiarazione di guerra e le vittime civili

La sensazione, per chi osserva le dinamiche di quella regione, è che ci si trovi di fronte a uno spartiacque. Per la prima volta, infatti, Islamabad ha deliberatamente esteso il raggio delle proprie operazioni oltre le province di frontiera, colpendo obiettivi nella capitale e nel centro nevralgico del potere spirituale e militare talebano. Una scelta che, inevitabilmente, carica il confronto di un significato politico e simbolico senza precedenti dal ritiro delle truppe statunitensi e dalla nascita del secondo Emirato islamico. Le autorità pachistane, pur parlando di bersagli militari, hanno dovuto fare i conti con le conseguenze umanitarie delle proprie azioni: non sono mancate, infatti, le segnalazioni di vittime tra la popolazione civile, come nel caso del campo profughi di Omari, nelle vicinanze del valico di Torkham, dove alcune famiglie di afghani precedentemente espulse dal Pakistan sono finite sotto il fuoco di colpi di mortaio, in quella che sembra essere una tragica e beffarda beffa del destino. Le Nazioni Unite, attraverso la voce dell'Alto commissario per i diritti umani Volker Türk, hanno immediatamente lanciato un appello per un dialogo politico urgente e per il rispetto del diritto internazionale umanitario, sottolineando come l'uso della forza rischi solo di inasprire ulteriormente una crisi già gravida di conseguenze per milioni di persone.

La reazione internazionale e il tentativo di mediazione

Nel frattempo, mentre i due contendenti si scambiavano accuse e rivendicazioni di successi militari – con Islamabad che ha diffuso numeri altissimi di presunti combattenti nemici uccisi e Kabul che ha mostrato filmati di soldati pachistani catturati – la comunità internazionale ha iniziato a muoversi nel tentativo di scongiurare il peggio. L'ONU ha chiesto la fine immediata delle ostilità, ma sono soprattutto gli attori regionali ad attivarsi. L'Arabia Saudita e il Qatar, che negli ultimi mesi avevano già svolto un ruolo di primo piano nel tentare di mantenere in vita fragili tregue, sono tornati a dialogare ad altissimo livello con le controparti, nella speranza di riportare la situazione a un livello di confronto politico e non bellico. La Cina, dal canto suo, ha espresso profonda preoccupazione per l'escalation, offrendosi di svolgere un ruolo costruttivo, mentre Teheran si è detta pronta a facilitare il dialogo tra i due vicini orientali. L'amministrazione Trump, con il presidente attualmente alla Casa Bianca, ha fatto sapere attraverso i suoi canali di sostenere il diritto di Islamabad a difendersi, una posizione che, agli occhi degli analisti, rischia di complicare ulteriormente un quadro già di per sé estremamente volatile.

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