Il Pakistan bombarda Kabul, oltre 400 morti in un centro di riabilitazione. Islamabad: «Colpito un deposito di armi»
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Redazione Esteri
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La guerra tra Islamabad e Kabul, quella che le diplomazie definiscono eufemisticamente un “conflitto a bassa intensità”, ha improvvisamente cambiato volto nella serata di lunedì, quando i caccia dell’aviazione pakistana hanno squarciato il cielo della capitale afghana con un attacco multiplo destinato a diventare il più sanguinoso dall’inizio delle ostilità. Le bombe, sganciate intorno alle 21.00 ora locale, non hanno risparmiato neppure l’Omid Center, una struttura medica dedicata alla riabilitazione di duemila tossicodipendenti, sorta sulle ceneri della vecchia base americana Camp Phoenix, lungo la strada di Pul-i-Charkhi che conduce a Jalalabad e al confine pakistano. Il bilancio, destinato purtroppo a rimanere provvisorio data la difficoltà di operare tra le macerie, parla chiaro: oltre quattrocento corpi senza vita e più di duecentocinquanta feriti, molti dei quali in condizioni disperate, trasportati nelle strutture sanitarie della città mentre i soccorritori lavoravano con le torce tra cumuli di calcestruzzo e letti contorti.
Alberto Cairo, presidente di NOVE Caring Humans e figura storica dell’impegno umanitario in Afghanistan, ha lanciato un accorato appello dalla sua postazione nella capitale, chiedendo la cessazione immediata delle ostilità: ciò che sta vivendo la popolazione, ha spiegato, non è altro che una guerra a tutti gli effetti, con le sue tragiche conseguenze economiche e sociali, aggravate dalla chiusura del confine e dal conseguente blocco degli scambi commerciali che ha fatto lievitare i prezzi dei beni alimentari, in un paese già stremato da decenni di conflitti e precarietà. La scelta di colpire un centro medico, ha aggiunto Cairo, getta nello sconforto i cittadini, convincendoli che non esistano più luoghi sicuri, nemmeno quelli deputati alla cura e alla riabilitazione.
La versione di Islamabad: «Obiettivi militari, nessun ospedale colpito»
Di fronte alla mole di cadaveri e alle immagini di distruzione che hanno fatto il giro del mondo, il governo pakistano ha prontamente respinto ogni addebito, offrendo una ricostruzione dei fatti diametralmente opposta. Il ministro dell’Informazione, Attaullah Tarar, ha rilasciato dichiarazioni nette e senza possibilità di appello, definendo “del tutto infondate” le accuse di aver preso di mira una struttura civile. L’operazione, ha tenuto a precisare il ministro, condotta nell’ambito dell’iniziativa denominata “Operation Ghazab Lil Haq”, ha “preso di mira con precisione installazioni militari e infrastrutture di supporto al terrorismo”, tra cui un deposito di munizioni situato nell’area di Camp Phoenix. La prova, secondo Islamabad, risiederebbe nelle vistose esplosioni secondarie divampate dopo l’impatto dei primi ordigni, le quali indicherebbero con chiarezza la presenza di un ingente arsenale nascosto all’interno del perimetro: difficile, hanno insinuato fonti della sicurezza pakistana, che un centro per disintossicazione condivida gli spazi con un deposito di armi, gettando ombre sulla reale natura del sito colpito.
La posizione ufficiale di Islamabad, ribadita in serata dallo stesso Tarar attraverso i suoi canali social, è categorica: “Nessun ospedale, nessun centro di riabilitazione per tossicodipendenti e nessuna struttura civile sono stati presi di mira”. Quattro siti militari sarebbero stati centrati anche nella provincia orientale di Nangarhar, con l’obiettivo dichiarato di smantellare quella che il governo definisce la “infrastruttura terroristica” utilizzata, a loro dire, dai talebani afghani per appoggiare gruppi come il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), responsabili di attentati oltreconfine.
Guerra di comunicazione e vittime dimenticate
Mentre i vertici politici si scambiavano accuse via X, ex Twitter, e la macchina della propaganda lavorava a pieno ritmo, sul terreno i soccorritori continuavano a rimuovere le macerie a mani nude o con l’ausilio di gru improvvisate, estraendo corpi di pazienti e personale sanitario. Testimoni oculari hanno raccontato alle agenzie di stampa di aver visto decine di cadaveri allineati all’esterno della struttura, mentre i parenti dei degenti, come Haji Najibullah, si disperavano davanti al cumulo di detriti in cerca di notizie sui propri cari. Il portavoce del ministero dell’Interno afghano, Abdul Mateen Qani, ha confermato il numero altissimo di vittime, mentre il governo talebano, per bocca del portavoce Zabihullah Mujahid, ha parlato di un attacco che ha colpito “civili innocenti e tossicodipendenti”, definendo l’accaduto “un crimine contro l’umanità”.
La comunità internazionale, nel frattempo, osserva con crescente apprensione l’escalation. Il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, ha espresso sgomento per le notizie provenienti dalla capitale, esortando le parti a esercitare la massima moderazione e a rispettare il diritto internazionale che vieta espressamente di colpire strutture ospedaliere e civili. La Cina, che da tempo cerca di mediare tra i due paesi, ha rinnovato l’appello alla calma e al negoziato diretto, unico strumento, secondo Pechino, per scongiurare un’ulteriore degenerazione del conflitto che minaccia di destabilizzare l’intera regione. Dal canto suo, l’India, che negli ultimi tempi ha stretto legami con i talebani, ha condannato l’attacco, allineandosi alle posizioni di Kabul.
In questo scenario di tensione alle stelle e di verità contrapposte, l’unico dato certo, purtroppo, è il prezzo altissimo pagato dalla popolazione civile, intrappolata in una guerra che non ha scelto e che ora, alla vigilia della festa che segnerà la fine del Ramadan, si trova a dover contare i propri morti invece di prepararsi alla celebrazione.




