Il massacro di Kabul e la versione di Islamabad: oltre 400 morti in un centro per tossicodipendenti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notte di Kabul si è trasformata in un mattatoio, con un bilancio provvisorio che parla di oltre 400 corpi senza vita e più di 250 feriti, numeri destinati probabilmente a crescere man mano che le squadre di soccorso, ostacolate dalle macerie e dalla paura di nuovi attacchi, proseguono nello sgombero dell’Omid Center, una struttura medica dedicata alla riabilitazione di duemila tossicodipendenti che sorgeva nell’area che fu della base americana Phoenix, lungo la strada di Pul-i-Charkhi, l’arteria che collega la capitale afghana a Jalalabad e, oltre il confine, al Pakistan. L’incursione dell’aviazione pachistana, avvenuta intorno alle 21.00 di lunedì secondo la ricostruzione fornita da Alberto Cairo, presidente di NOVE Caring Humans, l’organizzazione umanitaria che segue la situazione dalla capitale, non ha risparmiato dunque neppure un luogo di cura, colpendo quella che, di fatto, era una struttura ospedaliera e scatenando, come prevedibile, una ridda di condanne internazionali e una netta contrapposizione di narrazioni tra i due governi.

La dinamica dell’attacco e la reazione del governo talebano

Non è chiaro se l’Omid Center fosse l’obiettivo primario delle bombe o se sia stato investito in pieno da un’azione militare più vasta, che secondo le stesse fonti locali avrebbe preso di mira anche un campo di addestramento militare nella medesima zona, il distretto di Shah Shaihid e, probabilmente, persino il quartier generale del ministero della Difesa, un ventaglio di bersagli che, se confermato, disegnerebbe un’operazione di vaste proporzioni nel cuore del potere talebano. Il portavoce del governo afghano, Hamdullah Fitrat, ha parlato senza mezzi termini di un massacro, pubblicando sui propri canali social immagini di devastazione assoluta, con le strutture dell’ex base Phoenix ridotte a un cumulo di lamiere e calcinacci, e accusando Islamabad di aver violato in maniera flagrante lo spazio aereo e la sovranità nazionale, chiedendo un immediato intervento della comunità internazionale per fermare quella che hanno definito una criminosa escalation.

La ferma smentita del Pakistan e la contro-narrazione militare

Di segno diametralmente opposto la posizione del governo di Islamabad, che per bocca del ministro dell’Informazione, Attaullah Tarar, ha respinto con forza quelle che ha definito "falsità e propaganda" da parte di un regime, quello talebano, che a suo dire avrebbe fatto dell’inganno e della diffusione di vecchie immagini una prassi consolidata per confondere l’opinione pubblica. Tarar, in una serie di messaggi sul suo profilo X, ha rivendicato la piena legittimità dell’operazione, descrivendola come un’azione "precisa, deliberata e professionale" condotta contro "installazioni militari e infrastrutture di supporto al terrorismo" presenti a Kabul e nella provincia di Nangarhar, strutture che, nelle parole del ministro, venivano utilizzate per pianificare e perpetrare attentati contro cittadini pakistani. La prova inconfutabile, secondo il governo pakistano, risiederebbe nelle violente esplosioni secondarie osservate dopo i bombardamenti, detonazioni che segnalerebbero in modo inequivocabile la presenza di grandi depositi di munizioni nei siti colpiti, smontando così la tesi di un attacco a una struttura puramente civile come un centro di riabilitazione.

L’allarme umanitario e la paura della popolazione

Oltre la conta dei morti e le opposte ricostruzioni, ciò che emerge con preoccupante chiarezza è il clima di terrore che si è impadronito della capitale afghana, una città già provata da decenni di conflitti e da una crisi economica e sociale che la chiusura delle frontiere e il blocco degli scambi commerciali con il Pakistan hanno ulteriormente inasprito, facendo lievitare i prezzi dei beni di prima necessità e, in particolare, di quelli alimentari, alla vigilia di quella che si preannuncia come una festa dell’Eid tutt’altro che serena. Che un centro medico sia stato colpito, ha spiegato Cairo, ha generato un’ondata di panico tra la gente, convinta ormai che non esistano più luoghi sicuri, in un conflitto che per la popolazione, al di là delle definizioni tecniche di "intensità ridotta", è a tutti gli effetti una guerra totale, con le sue pesanti implicazioni quotidiane sulla sicurezza e sulla sopravvivenza. Il personale della ong NOVE Caring Humans, attualmente al sicuro, continua a monitorare la situazione, mentre l’Unione europea, attraverso il portavoce della Commissione Anouar el-Anouni, ha definito l’attacco alla struttura medica come "una nuova e letale escalation" in un conflitto che deve finire al più presto, ricordando che le strutture civili e sanitarie sono protette dal diritto internazionale umanitario e dalle Convenzioni di Ginevra, e chiedendo a tutte le parti la massima moderazione per scongiurare ulteriori danni ai civili.

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