L’ombra dei droni pakistani sulle province di frontiera afghane: dozzine di vittime civili, Kabul promette una risposta

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notte tra sabato e domenica ha portato con sé il rombo dei jet e il sibilo delle bombe sui villaggi addormentati al confine tra Afghanistan e Pakistan, un'operazione militare che Islamabad ha giustificato come un atto dovuto per la propria sicurezza nazionale. Fonti governative pakistane, infatti, hanno riferito di aver condotto una serie di attacchi aerei mirati, concentrati in aree ritenute covi e campi di addestramento per formazioni estremiste, in particolare il Tehrik-e-Taliban Pakistan (Ttp) e la cosiddetta provincia islamica del Khorasan (Iskp), cellule che da tempo rappresentano una spina nel fianco per la stabilità della regione. I caccia hanno preso di mira sette obiettivi diversi, collocati in prossimità della linea di demarcazione che separa i due paesi, scatenando una reazione immediata e durissima da parte delle autorità talebane di Kabul, le quali parlano di un vero e proprio massacro di civili innocenti.

Il portavoce del governo afghano, Zabihullah Mujahid, ha fornito un bilancio provvisorio ma agghiacciante, parlando di decine di morti e feriti, tra i quali il numero più alto sarebbe quello di donne e bambini colpiti mentre dormivano. Le province orientali di Nangarhar e Paktika sarebbero state le più colpite da questa incursione aerea, con interi nuclei familiari rimasti sepolti sotto le macerie delle loro abitazioni, un tributo di sangue che, secondo la lettura di Kabul, non può essere liquidato come un mero danno collaterale di una legittima azione antiterrorismo. La posizione di Islamabad, per contro, è netta e lega l'operazione militare a una escalation di violenze subite sul proprio territorio, in particolare una serie di attentati suicidi che hanno insanguinato le aree tribali, rivendicati proprio da quei gruppi che ora avrebbero trovato rifugio e basi logistiche oltre il confine afghano.

Il nodo irrisolto del santuario terrorista e le ripercussioni diplomatiche

Questo ennesimo episodio di tensione non fa che riesumare il vecchio fantasma delle relazioni bilaterali, ovvero l'accusa, ricorrente e sempre smentita da Kabul, che il territorio afghano ospiti e protegga i militanti del Ttp, consentendo loro di organizzare e lanciare attacchi in territorio pakistano. Islamabad, dal canto suo, sostiene di aver fornito prove inconfutabili della presenza di questi campi, ma di essersi scontrata con l'inerzia, se non con la complicità, delle autorità talebane che, dopo la presa del potere nell'agosto del 2021, faticano a controllare vaste porzioni di territorio e, secondo molti analisti, non hanno reciso del tutto i legami con alcune frange estremiste. La reazione di Mujahid, che ha denunciato il bombardamento di "compatrioti civili", mira a ribaltare la narrazione, presentando il Pakistan come un aggressore che non esita a colpire indiscriminatamente, uccidendo di fatto i profughi e gli sfollati che vivono in condizioni di precarietà proprio lungo quella linea di frontiera che è da sempre la più porosa e contesa.

La convocazione dell'ambasciatore pakistano a Kabul è il primo passo formale di una crisi che rischia di degenerare ulteriormente, mettendo in luce tutte le contraddizioni di un rapporto diplomatico fatto di dialoghi altisonanti e reciproche accuse. Solo poche ore prima dei raid, infatti, il rappresentante speciale pakistano per l'Afghanistan si trovava nella capitale afghana per colloqui che, a sentire le dichiarazioni ufficiali, erano finalizzati a rafforzare la cooperazione bilaterale e la stabilità regionale. Un incontro, quello tra il diplomatico e il ministro degli Esteri afghano, che ora appare come una macabra recita a fronte delle bombe cadute poche ore dopo, e che getta un'ombra sinistra sulla credibilità dei canali diplomatici. La posizione dei talebani, espressa attraverso i canali ufficiali, è di condanna senza appello: l'azione pakistana viene bollata come una violazione flagrante della sovranità territoriale e dei principi internazionali, un atto di aggressione unilaterale che non rimarrà senza risposta.

Una frontiera di fuoco e il peso delle vittime tra i più vulnerabili

Mentre i governi si scambiano accuse e promesse di ritorsioni, sulla linea buia del confine restano i corpi senza vita di quelle che Kabul definisce "dozzine di martiri", molti dei quali, secondo le prime testimonianze, sarebbero bambini. La difficoltà di avere un accesso indipendente alle zone colpite rende complesso certificare con precisione la dinamica e la natura degli obiettivi, ma le immagini che filtrano e i racconti dei sopravvissuti dipingono lo scenario di una notte di terrore, con famiglie intere cancellate in pochi secondi. La circostanza che molti dei deceduti risiedessero in aree note per essere crocevia di movimenti insurrezionali non scalfisce la posizione di Kabul, che insiste nel definire quei morti come civili inermi, colpiti mentre dormivano, lontani da qualsiasi logica di scontro.

L'attacco aereo, infatti, riaccende i riflettori sulla condizione dei villaggi di frontiera, popolati spesso da comunità che vivono di contrabbando e piccoli commerci e che si trovano da sempre in una terra di nessuno, sballottate tra le pretese di sovranità di due stati che si guardano in cagnesco. Il riferimento, da parte del portavoce Mujahid, al fatto che tra le vittime vi siano "donne e bambini" è un espediente retorico potente, volto a internazionalizzare la condanna e a sottrarre la vicenda alla mera dialettica bilaterale tra Islamabad e Kabul. L'uso della forza da parte pakistana, se da un lato risponde a una legittima istanza di sicurezza interna e alla pressione di un'opinione pubblica stanca degli attentati, dall'altro rischia di ottenere l'effetto opposto, alimentando un sentimento anti-pakistano nelle province orientali afghane e fornendo nuovo linfa vitale alla propaganda dei gruppi estremisti che si nutrono proprio di queste tensioni. La risposta promessa da Kabul, al di là della retorica, resta per ora affidata ai canali diplomatici e alla convocazione dell'ambasciatore, ma il rischio di una escalation militare, seppur limitata e asimmetrica, rimane concreto e palpabile lungo tutta la linea del fronte.

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