Attentato in una moschea sciita di Islamabad, il Pakistan accusa basi in Afghanistan
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Una violenta esplosione, che le autorità locali hanno senza esitazioni definito un attentato suicida, ha squarciato la quiete durante la preghiera in una moschea sciita alla periferia di Islamabad, causando una strage che ha portato via la vita ad almeno trentuno persone e lasciato sul terreno, tra cocci di vetro e macerie, centosessantanove feriti. Decine di persone, molte delle quali in preda alla disperazione più cupa, si sono radunate in quelle ore convulse fuori dal Pakistan Institute of Medical Sciences, dove erano stati trasportati d'urgenza i corpi martoriati e i sopravvissuti, in una scena di caos e dolore che ha rapidamente fatto il gioco dei media internazionali. Il governo pakistano, mentre i soccorritori scavavano ancora tra le rovine, ha indicato con chiarezza il dito accusatore verso movimenti operanti dal territorio afghano, un'accusa che è stata però prontamente e fermamente respinta dai talebani di Kabul, i quali pure hanno condannato formalmente l'atto sanguinoso.
Le ricostruzioni contraddittorie dei primi momenti
Sulla dinamica precisa dell'assalto, come spesso accade in simili frangenti, sono emerse rapidamente versioni discordanti. Un testimone, la cui voce è stata ripresa da un'emittente britannica, ha infatti fornito un racconto più articolato e inquietante, sostenendo che gli assalitori non fossero uno ma due e che, prima dell'esplosione, abbiano aperto il fuoco contro le guardie poste a presidio del luogo di culto. Secondo questa ricostruzione, uno dei due sarebbe riuscito a darsi alla fuga dopo lo scontro a fuoco, mentre l'altro, dopo essere riuscito a superare il cancello d'ingresso, sarebbe stato colpito da un proiettile e solo in quel momento, forse già ferito a morte, avrebbe fatto detonare il suo ordigno, trasformandosi in un'arma letale in mezzo ai fedeli.
La rivendicazione e il lutto collettivo
Nella notte seguente al massacro, ogni dubbio sulla matrice jihadista dell'attacco è stato spazzato via da una dichiarazione ufficiale. Un gruppo regionale affiliato allo Stato Islamico, che opera sotto il nome di Stato Islamico in Pakistan, ha infatti rivendicato la paternità dell'attentato attraverso la sua agenzia di stampa Amaq, in un comunicato diffuso dal Site Intelligence Group, organizzazione che monitora costantemente le attività dei gruppi estremisti. Il messaggio, che non lascia spazio a interpretazioni, descrive nei dettagli l'azione del "martire", il quale, "raggiunta la porta interna del tempio, ha fatto esplodere il suo giubbotto esplosivo in mezzo alla congregazione sciita, causando un gran numero di morti e feriti". Poche ore dopo, una folla immensa e silenziosa, un fiume di dolore che sembrava non avere fine, ha partecipato ai funerali delle vittime, in un'amarissima cerimonia di lutto collettivo che ha mostrato ancora una volta le profonde ferite di una società sotto attacco.
Un quadro geopolitico già teso
L'attentato, uno dei più gravi degli ultimi tempi nella capitale, non è un episodio isolato ma si inserisce in un contesto di tensioni endemiche e di una rinnovata offensiva jihadista nella regione, che rischia di inasprire ulteriormente i già delicati rapporti tra Islamabad e Kabul. Le immediate accuse del Pakistan verso basi logistiche e pianificatori in territorio afghano, sebbene negate, rivelano la percezione di una minaccia che oltrepassa i confini nazionali e pongono interrogativi pressanti sulla capacità di contenere gruppi come lo Stato Islamico in Pakistan, la cui propaganda si nutre proprio di tali massacri settari. La situazione, di una complessità estrema, rimane dunque altamente volatile, con le indagini delle forze di sicurezza pakistane che procedono per tracciare l'intera rete responsabile dell'organizzazione del vile attacco.




