Crocevia Islamabad: la mediazione tra Usa e Iran passa dal Pakistan e dal suo capo dell’esercito

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il conflitto che dal 28 febbraio oppone gli Stati Uniti all’Iran ha trovato, nelle ultime ore, un inatteso quanto delicato crocevia a Islamabad. Mentre il presidente Donald Trump annunciava una sospensione di cinque giorni della minaccia di bombardare gli impianti energetici iraniani – un’azione che aveva paventato se lo Stretto di Hormuz non fosse stato riaperto –, la diplomazia parallela messa in moto dal Pakistan ha preso forma concreta. A tessere le fila di questa complessa partita è stato il capo dell’esercito pachistano, Asim Munir, una figura che ha progressivamente assunto i contorni di leader de facto del paese, forte di un rapporto privilegiato con la Casa Bianca e, al contempo, di canali aperti con Teheran. La sua crescente rilevanza come interlocutore chiave per Washington – e per Pechino – si è tradotta in un colloquio telefonico diretto con Trump domenica scorsa, un preludio a quello che potrebbe essere un vertice nella capitale pachistana con la partecipazione del vicepresidente J.D. Vance, degli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner, e di altrettanti funzionari iraniani il cui ruolo non è stato però ancora specificato.

Un equilibrio delicato tra vicinanza a Washington e relazioni con Teheran

La candidatura del Pakistan a mediatore nasce da una posizione di equilibrio non priva di contraddizioni. Da un lato, vi è la necessità di non inimicarsi la propria popolazione sciita – la seconda più numerosa al mondo dopo quella iraniana – né di entrare in rotta di collisione con un vicino con cui si condivide un confine di 900 chilometri. Dall’altro, la relazione personale tra Munir e Trump rappresenta un capitale diplomatico di primo piano. Già a giugno scorso il generale pachistano era stato ricevuto alla Casa Bianca, e i due hanno consolidato un rapporto che il presidente americano non ha esitato a definire pubblicamente di stima, arrivando a chiamare Munir “il mio feldmaresciallo preferito”. Questa vicinanza, che ha segnato un disgelo dopo le tensioni degli anni precedenti, si intreccia con le relazioni altrettanto strategiche che Islamabad intrattiene con i paesi del Golfo, in primis l’Arabia Saudita, suo principale partner militare e fornitore energetico.

Il ruolo del premier Shehbaz Sharif e il concerto con Turchia ed Egitto

Non solo il capo dell’esercito, ma anche il primo ministro Shehbaz Sharif ha giocato una partita diplomatica intensa. Lunedì, Sharif ha avuto un colloquio con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, assicurandogli il sostegno di Islamabad in quello che è stato definito un “ruolo costruttivo” per favorire la pace. Contestualmente, il ministro degli Esteri Ishaq Dar ha condotto una serie di contatti paralleli con le controparti turche ed egiziane, suggerendo l’esistenza di un fronte coordinato di paesi mediatori. Secondo quanto riferito da funzionari e media statunitensi, Turchia ed Egitto starebbero infatti agendo come canali altrettanto attivi, con i rispettivi capi dell’intelligence e della diplomazia impegnati a trasmettere messaggi tra Washington e Teheran. Si tratta, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali, di una “diplomazia parallela” che opera nell’ombra: il ministero degli Esteri iraniano ha infatti negato l’esistenza di contatti diretti con gli Stati Uniti, pur ammettendo di aver ricevuto messaggi attraverso “alcuni paesi amici”.

Il peso delle emergenze interne e il contesto regionale instabile

A complicare – e al contempo a rendere impellente – questa azione di mediazione è il quadro interno di fragilità in cui versa il Pakistan. Due recenti report collocano il paese al primo posto nel mondo per terrorismo e per inquinamento atmosferico: secondo il Global Terrorism Index 2026, nel 2025 si sono registrati 1.139 morti per attacchi, il livello più alto dal 2013, con un’impennata delle azioni del Tehreek-i-Taliban Pakistan (TTP) e dei gruppi separatisti baluchi. Parallelamente, i dati sulla qualità dell’aria rivelano che le concentrazioni di polveri sottili superano di tredici volte i limiti raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità, un’emergenza che costa all’economia del paese circa 22 miliardi di dollari l’anno. In questo contesto di vulnerabilità, lo scontro in atto tra Stati Uniti e Iran – e le conseguenti ripercussioni sullo Stretto di Hormuz, da cui dipendono le importazioni energetiche – rappresenta una minaccia esistenziale che spinge Islamabad a tentare di giocare un ruolo da protagonista, nella speranza di scongiurare una crisi regionale dai contorni ancora imprevedibili.

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