Naufragio a Islamabad: falliti i colloqui Usa-Iran, Vance lascia il Pakistan senza un accordo
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Redazione Esteri
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Si sono conclusi dopo oltre venti ore di estenuanti negoziati, svoltisi a porte chiuse in un hotel blindato della capitale pakistana, i colloqui tra Stati Uniti e Iran che dovevano porre fine a un conflitto durato quaranta giorni. La delegazione americana, guidata dal vice presidente J.D. Vance, è ripartita da Islamabad a bordo di Air Force 2 con un verdetto chiaro: nessuna intesa. Vance, apparendo davanti ai giornalisti all'alba di domenica, ha scaricato la responsabilità del fallimento su Teheran, dichiarando che gli iraniani "hanno scelto di non accettare i nostri termini", definendo l’esito della missione come una "cattiva notizia per l’Iran, molto più che per gli Stati Uniti". La controparte iraniana, pur avendo già fatto rientro in patria, ha risposto a muso duro, parlando di "richieste irragionevoli" da parte di Washington.
Le ragioni dello stallo: nucleare e lo spettro di Hormuz
Il muro contro cui si è infranto il faccia a faccia storico tra Vance e il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf – il primo incontro di questo livello dal 1979 – è rappresentato da due nodi cruciali. Da un lato, la questione nucleare: gli Stati Uniti chiedono un impegno "fondamentale e a lungo termine" da parte dell'Iran a non sviluppare mai un'arma atomica, né tantomeno gli strumenti per ottenerla rapidamente, un obiettivo che Vance ha definito il "core goal" del presidente Trump. Dall’altro, il nodo strategico dello Stretto di Hormuz: il comando americano sostiene che Teheran debba riaprire completamente la via d'acqua, al momento off limits a causa delle mine disseminate, che Washington accusa le Guardie Rivoluzionarie iraniane (IRGC) di aver posizionato in modo "caotico". La controfferta iraniana, che prevedeva un gettito di due milioni di dollari a nave per un passaggio controllato nelle proprie acque territoriali, è stata categoricamente respinta.
L'Iran gioca d’anticipo: "Nessuna resa sui diritti"
La risposta di Teheran non si è fatta attendere, e porta la firma del portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei. Sebbene abbia confermato che le parti hanno raggiunto "un'intesa su diverse questioni", Baqaei ha sottolineato come persistano "divergenze su due o tre questioni importanti", definendo "naturale" il mancato accordo in un singolo round di trattative, data la profonda atmosfera di sfiducia e "sospetto" generata dal conflitto. Attraverso i media statali, l’establishment iraniano ha ribadito che il successo della diplomazia dipenderà dalla capacità degli Stati Uniti di astenersi da "richieste eccessive e illegali" e, soprattutto, dal "riconoscimento dei legittimi diritti e interessi" della Repubblica Islamica. Una dichiarazione che suona come un avvertimento: la delegazione di Qalibaf, come rivelato dal New York Times, ha descritto il clima dell'incontro come "cordiale e sereno", ma ciò non ha impedito il ritiro.
Sul campo, la tensione rimane alta: sminamento contestato
Mentre la diplomazia arrancava, sul terreno la situazione è rimasta incandescente, a testimonianza della fragilità della tregua. Il comando centrale americano (CENTCOM) ha annunciato che due cacciatorpediniere, la USS Frank E. Peterson e la USS Michael Murphy, hanno iniziato le operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz per "garantire il flusso libero del commercio". Una mossa, questa, che Teheran ha immediatamente smentito e condannato con durezza. Le Guardie Rivoluzionarie hanno minacciato un intervento "con durezza" contro qualsiasi nave militare in transito, negando che vi siano mine da bonificare se non quelle posizionate per difesa. L’annuncio della Casa Bianca, che promette l’invio di droni subacquei nei prossimi giorni per ripulire la rotta, rischia quindi di trasformarsi in una scintilla per un nuovo scontro diretto in uno dei punti più nevralgici per l’economia globale, dove attualmente transitano solo nove navi al giorno contro una media prebellica di 130.




