La crisi di Hormuz e il braccio di ferro tra Trump e l’Iran alla vigilia dei negoziati di Islamabad

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno dopo la sua rielezione, ha lanciato un ultimatum chiaro e netto al regime dei Pasdaran, intimando a Teheran di cessare immediatamente l’imposizione di pedaggi illegittimi nel trafficato Stretto di Hormuz. “Ci sono notizie secondo cui l'Iran li starebbe imponendo alle petroliere che attraversano lo Stretto – ha scritto il capo della Casa Bianca sul suo social network Truth – è meglio che non lo stiano facendo e, se lo stanno facendo, è meglio che smettano subito!”. Questo diktat, carico di una tensione ormai cronica, arriva proprio mentre i riflettori del mondo diplomatico si accendono su Islamabad, dove da domani è previsto il primo round di faccia a faccia tra la delegazione americana, guidata dal vicepresidente ID Vance, e quella iraniana. Le aspettative sono altissime, ma il clima è surriscaldato da una serie di eventi simultanei che minano alla base qualsiasi ottimismo: il sud di Beirut continua a essere martoriato dagli attacchi, mentre Teheran ribadisce con forza che un eventuale cessate il fuoco non può prescindere da una parallela tregua in Libano.

Le precondizioni iraniane e la tensione libanese

Alla vigilia dell’incontro decisivo in Pakistan, il presidente del parlamento iraniano, Ghalibaf, che guida la delegazione di Teheran, ha voluto mettere nero su bianco le condizioni indispensabili per poter anche solo sedersi al tavolo delle trattative. “Due questioni devono essere risolte prima dell’avvio dei negoziati con gli Stati Uniti – ha dichiarato Ghalibaf – il cessate il fuoco in Libano e lo sblocco degli asset iraniani”. Un posizione, questa, che stride violentemente con la linea espressa finora da Washington e dai suoi alleati israeliani; per il premier israeliano Netanyahu, la tregua concordata con l’Iran non si estende automaticamente al fronte libanese, una distinzione che Teheran, invece, considera del tutto inaccettabile. Nel frattempo, il quartiere di Dahieh, roccaforte di Hezbollah nella periferia sud della capitale libanese, continua a tremare sotto i bombardamenti, in un’escalation che rischia di far saltare il banco ancor prima che i diplomatici si siedano al tavolo.

Lo scivolone del ministro pakistano e la diplomazia parallela

A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé infuocato, ci ha pensato un grave incidente diplomatico che coinvolge proprio il paese mediatore, il Pakistan. Il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, si è reso protagonista di un post virulento contro Israele – poi prontamente rimosso – in cui definiva lo Stato ebraico “una maledizione per l’umanità”. Il post, pubblicato nella serata di ieri, ha scatenato una tempesta di proteste a Gerusalemme, dove i vertici politici hanno espresso forti dubbi sulla reale capacità di Islamabad di fungere da onesto intermediario tra Washington e Teheran, proprio nel momento storico in cui il paese asiatico cerca di ritagliarsi un ruolo da protagonista nella diplomazia regionale. Asif, nel suo sfogo poi cancellato, aveva accusato Israele di commettere un “genocidio” in Libano proprio mentre a Islamabad si tenevano i colloqui di pace, una dichiarazione che ha messo in seria difficoltà l’establishment pakistano, costretto a fare marcia indietro per non compromettere il delicato lavoro di mediazione.

La posizione di Khamenei e lo sviluppo giudiziario

Sul fronte interno iraniano, la tensione rimane altissima, alimentata anche da recenti sviluppi relativi alle vittime del conflitto. I media della Repubblica Islamica hanno riportato la notizia della morte di Kamal Kharrazi, una figura di spicco dell’establishment politico e religioso (già ministro degli Esteri tra il 1997 e il 2005 e attuale capo del Consiglio strategico per le relazioni estere), deceduto a causa delle ferite riportate in un attacco israelo-americano risalente a circa una settimana e mezza fa. La sua scomparsa, che si inserisce in un elenco di vittime illustri del conflitto, riaccende i riflettori sul costo umano delle operazioni militari in corso, mentre la guida suprema, Khamenei, ribadisce in un messaggio ufficiale la linea della fermezza: “Non rinunceremo ai nostri diritti”, un chiaro avvertimento a Trump e a Vance in vista del loro arrivo a Islamabad. Lo scontro, insomma, è solo rinviato, e il destino dello Stretto di Hormuz – un’arteria fondamentale per l’economia globale – resta appeso a un filo sottilissimo, mentre il vicepresidente americano vola verso il subcontinente indiano con un margine di manovra ristretto da promesse bellicose e roghi diplomatici.

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