Usa e Iran, il nodo di Islamabad tra smentite e criptovalute congelate
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Redazione Esteri
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Le diplomazie parallele, quelle che si muovono nei corridoi silenziosi delle capitali asiatiche, raccontano spesso più delle dichiarazioni ufficiali. E in queste ore il crocevia è Islamabad, dove si è consumato – o meglio, non si è consumato – un possibile faccia a faccia tra rappresentanti americani e iraniani. Da una parte, l’inviato speciale di Washington, Steve Witkoff, e Jared Kushner, figura poliedrica vicina all’amministrazione Trump (che, vale la pena ricordarlo, siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno) sarebbero stati presenti nella capitale pakistana. Dall’altra, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha lasciato il Pakistan senza che quel tavolo si materializzasse. A riferirlo è stata l’emittente libanese Al-Mayadeen, citando fonti vicine ai movimenti della delegazione iraniana.
La smentita di Teheran e il veto sullo Stretto
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, è stato categorico: “non è previsto alcun incontro con gli Stati Uniti” in territorio pakistano. Una presa di distanza netta, che ha ribaltato le anticipazioni circolate su Axios, dove si parlava di lunedì come data possibile per colloqui diretti. A complicare ulteriormente il quadro, però, c’è una precondizione che i media iraniani hanno rimesso al centro del dibattito: Teheran si rifiuterebbe di incontrare funzionari americani finché il Comando Centrale degli Stati Uniti manterrà il blocco dello Stretto di Hormuz. Un passaggio nevralgico per le rotte petrolifere globali, e una leva che Washington non ha mostrato alcuna intenzione di allentare – almeno stando alle ultime rilevazioni sul numero di navi fermate, che sarebbero 29 secondo fonti citate dalle agenzie.
La proposta di pace e il nodo delle criptovalute
Nonostante lo stallo pubblico, qualcosa sotto traccia si muove. Sempre a Islamabad – lo confermano diverse ricostruzioni – sarebbe stata consegnata una proposta iraniana per un accordo di pace con gli Stati Uniti. Nessun dettaglio sul contenuto, ma il gesto in sé indica una volontà negoziale che contraddice la durezza delle dichiarazioni ufficiali. Tuttavia, mentre questi canali informali tentano di aprirsi, il fronte economico-finanziario registra un’escalation decisa. Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha annunciato su X il congelamento di 344 milioni di dollari in criptovalute, detenute su “diversi portafogli collegati all’Iran”. Un’operazione che Bessent ha giustificato con la necessità di monitorare e colpire “tutte le linee di finanziamento legate al regime”, intercettando quei flussi digitali che Teheran tenta di far uscire dal paese per aggirare le sanzioni tradizionali.
Il contesto palestinese tra urne e paralisi
Mentre le diplomazie incrociano i coltelli tra Pakistan, Hormuz e portafogli virtuali, un’altra partita si gioca in Cisgiordania e a Deir el-Balah, nella Striscia di Gaza. Qui i cittadini palestinesi sono chiamati alle urne per le elezioni municipali: quasi 1,5 milioni gli elettori registrati nella Cisgiordania occupata, a cui si sommano 70.000 persone nell’area di Deir el-Balah. È il primo voto dall’inizio della guerra di Gaza, e l’appuntamento arriva in un clima segnato da un campo politico ridotto all’osso e da una diffusa disillusione tra la popolazione. Un silenzio elettorale, per certi versi, che fa da controcanto al fragore delle trattative mancate tra Usa e Iran.




