Il nodo di Hormuz e la sfida della fiducia: a Islamabad il primo faccia a faccia Usa-Iran
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Redazione Esteri
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La capitale pakistana, blindata per l’occasione, è oggi il teatro del più significativo tentativo di distensione diplomatica tra Stati Uniti e Iran da quasi un decennio a questa parte, se si esclude il brevissimo interludio dell’accordo sul nucleare del 2015 poi disatteso. Il vicepresidente americano JD Vance, affiancato dagli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner, ha incontrato il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif prima dell’avvio dei negoziati veri e propri con la delegazione di Teheran, guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. L’incontro bilaterale con Sharif – che aveva già separatamente accolto i rappresentanti iraniani – è servito a definire gli ultimi dettagli logistici di un summit che, nelle intenzioni di Islamabad, dovrebbe rappresentare un “trampolino di lancio” verso una pace duratura in Medio Oriente. A margine dei colloqui preparatori, il premier pakistano ha ufficialmente dato il via ai negoziati di pace per porre fine al conflitto in corso, una guerra che ha già causato migliaia di vittime e che ha rischiato di destabilizzare un’area già di per sé estremamente volatile.
Un negoziato ad alto rischio tra precondizioni e sfiducia reciproca
Nonostante l’ottimismo di facciata mostrato da Washington, l’atmosfera a Islamabad resta carica di tensione, alimentata soprattutto dalle dichiarazioni contrastanti delle due delegazioni. Il capo della squadra negoziale di Teheran, Ghalibaf, è stato chiaro nel ribadire la posizione iraniana: “Abbiamo buona volontà, ma non ci fidiamo”, ha dichiaro all’arrivo, sottolineando come l’esperienza passata di trattative con gli americani sia stata costellata da “promesse non mantenute”. Da parte sua, la Casa Bianca – con il presidente Trump che ha ormai superato il primo anno del suo nuovo mandato – ha fissato delle linee rosse precise, prima fra tutte la smilitarizzazione del programma nucleare iraniano e la riapertura incondizionata del traffico marittimo. Una fonte vicina ai media iraniani ha precisato che la pianificazione attuale prevede che eventuali colloqui “si svolgano nell’arco di una sola giornata, qualora abbiano effettivamente inizio”, a meno di ripensamenti dell’ultimo minuto che potrebbero estendere la permanenza delle delegazioni nella zona protetta della capitale.
La questione cruciale dello Stretto di Hormuz
A complicare ulteriormente il quadro c’è la spinosa questione dello Stretto di Hormuz, un vero e proprio pomo della discordia che minaccia di far naufragare i negoziati ancor prima del loro inizio ufficiale. Trump ha ribadito con forza il suo “no secco” all’ipotesi di pedaggi, ricordando che si tratta di acque internazionali e che gli Stati Uniti sono pronti ad aprirle “con o senza l’Iran”. La posizione americana, che gode del supporto esplicito dell’Unione Europea, si scontra però con le dichiarazioni dei Pasdaran, i quali avrebbero minato le acque dello Stretto, rendendo di fatto impossibile il transito in sicurezza. Secondo indiscrezioni raccolte dalla stampa internazionale, l’Iran non avrebbe nemmeno la piena capacità tecnica per rimuovere gli ordigni una volta piazzati, il che trasforma la questione da meramente politica a operativa e di sicurezza nazionale.
Mediazione pakistana e scenario bellico allargato
Il ruolo del Pakistan, in questo contesto, si sta rivelando fondamentale per tenere insieme le due parti, sebbene il compito appaia estremamente arduo. L’ufficio del primo ministro Sharif ha parlato di “iniziati i colloqui di pace”, ma il cronoprogramma resta incerto a causa delle richieste iraniane. Teheran, attraverso i propri media, chiede garanzie concrete che vanno oltre la tregua: tra queste, la richiesta che gli Stati Uniti esercitino la loro influenza per fermare le operazioni israeliane in Libano, un teatro bellico parallelo che rischia di far esplodere la fragilissima tregua di due giorni mediata proprio da Islamabad. L’ambasciatore israeliano ha già fatto sapere che il paese non discuterà un cessate il fuoco con Hezbollah, creando un ulteriore cortocircuito diplomatico. Mentre le bandiere sventolano davanti al Parlamento pakistano, le delegazioni sono quindi riunite a porte chiuse, con l’obiettivo di scongiurare una escalation che, dati i presupposti, sembra ancora drammaticamente possibile.




