Gelo e criptovalute: Teheran consegna la sua «proposta» ma nega il faccia a faccia a Islamabad

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La partita a scacchi tra Stati Uniti e Iran si sposta sul tavolo pakistano, ma con pedine che si muovono su piani distinti e, almeno apparentemente, paralleli. Da un lato, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, annuncia via social il congelamento di 344 milioni di dollari in criptovalute – una cifra considerevole detenuta su «diversi portafogli collegati a Teheran» – mentre dall’altro, nella capitale Islamabad, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, arrivato per rilanciare i negoziati con l’amministrazione Trump, consegna agli ospiti una proposta dettagliata per un accordo di pace, senza però la presenza fisica dei diretti interlocutori statunitensi.

La mossa finanziaria, eseguita attraverso l'Office of Foreign Assets Control (OFAC), rappresenta l'ultimo atto di quella che Bessent stesso definisce una «sorveglianza totale»: colpire ogni possibile linea di rifornimento economico del regime, che disperatamente cerca di far defluire capitali all’estero per aggirare le sanzioni. Questa azione, che nel lessico della finanza globale rappresenta un duro colpo alla capacità di manovra di Teheran nel settore degli asset digitali, avviene proprio mentre i diplomatici sono concentrati su un altro tipo di valuta: quella del potere e della diplomazia.

Il paradosso di Islamabad: la porta aperta e il muro verbale

La capitale pakistana, in queste ore, è teatro di un cortocircuito diplomatico piuttosto singolare. Da un lato, fonti raccolte dal sito Axios avevano ipotizzato un possibile incontro diretto per lunedì tra i rappresentanti delle due potenze – una circostanza che avrebbe segnato una svolta dopo le tensioni belliche degli ultimi mesi –, spingendo anzi l'inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, e il consigliere Jared Kushner a preparare la valigia per il viaggio. Dall'altro, però, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha chiuso la porta con secchezza: «Non è previsto alcun incontro con gli Stati Uniti». Per fugare ogni dubbio, il presidente del parlamento iraniano ha fatto sapere, tramite l’ufficio stampa, che non si è dimesso dalla guida del team negoziale (come qualche voce maliziosa lasciava intendere), semplicemente perché non c’è alcun nuovo round negoziale all’orizzonte.

Così, mentre il Pentagono mantiene un blocco navale che tiene ferme almeno ventinove navi nei pressi dello Stretto di Hormuz, Araghchi incontrerà i vertici pakistani per consegnare loro quella che viene definita una «proposta formale»: non una mediazione, ma un messaggio da recapitare. In sostanza, non sono previsti colloqui diretti, ma i padroni di casa fungono da semplice tramite postale. In questo clima di stallo, le parole del segretario alla Difesa Usa, Hegseth, risuonano come un avvertimento: «Un buon accordo o colpiremo di nuovo».

Gaza e Cisgiordania, il voto della disillusione

Mentre le cancellerie discutono di armi e valute digitali, un’altra partita, più silenziosa ma non meno significativa, si gioca nelle urne. I cittadini palestinesi della Cisgiordania e dell’area di Deir el-Balah, nella Striscia di Gaza, si sono recati alle urne per le prime elezioni municipali dallo scoppio della guerra. Un appuntamento che la Commissione Elettorale Centrale di Ramallah ha preparato in un clima tutt’altro che festoso: quasi un milione e mezzo di elettori sono chiamati a scegliere i propri amministratori locali, ma il dato più eclatante è la profonda disillusione che permea il voto. A Deir el-Balah, dove sono attesi al voto circa 70mila residenti, si vota per la prima volta in ventidue anni in una delle aree meno devastate dal conflitto, ma il campo politico si presenta ristretto e frammentato, sintomo di una fiducia ormai logorata dagli eventi bellici e dalla paralisi politica.

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