Nodo di Hormuz e uranio, i tre punti che fanno naufragare i negoziati tra Usa e Iran a Islamabad

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dopo ventuno ore di trattative ininterrotte nella capitale pakistana, il tentativo di ricucire uno strappo che dura ormai da quaranta giorni – un conflitto che ha riscritto gli equilibri del Medio Oriente – si è risolto in un nulla di fatto, con il vicepresidente americano, J.D. Vance, che ha lasciato la sala del Serena Hotel senza la tanto agognata intesa. La dichiarazione, rilasciata a ridosso della partenza del volo diretto a Washington, è stata netta: “Non siamo riusciti a portare gli iraniani ad accettare le nostre condizioni”. Una battuta d’arresto, questa, che riporta la fragile tregua in vigore da due settimane su un crinale pericoloso, anche se Teheran, con una certa disinvoltura retorica, ha subito precisato che nessuno, nella sua delegazione, si aspettava un miracolo al primo round.

Il faccia a faccia – il più alto livello di contatto diretto tra le due capitali dalla rivoluzione del 1979 -10 – ha visto alternarsi momenti di distensione e muri di gomma, con i mediatori pakistani, guidati dal ministro degli Esteri Ishaq Dar, che hanno tentato invano di colmare il divario. Se da un lato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, citato dall’agenzia Tasnim, ha confermato l’esistenza di “un’intesa su diverse questioni”, dall’altro ha dovuto ammettere che permangono “divergenze di opinione su 2-3 questioni importanti”. Sono proprio questi “tre nodi” – come li definiscono i media internazionali – a rappresentare il macigno sulla strada della pace.

Le linee rosse di Vance e il banco degli imputati a Teheran

La posizione americana, ribadita con insistenza dal vicepresidente Vance nel corso delle maratone notturne (durante le quali ha confessato di aver sentito più volte il presidente Donald Trump), ruota attorno a un imperativo categorico: la rinuncia di Teheran al programma nucleare militare. “Abbiamo bisogno di un impegno affermativo che non cercheranno un’arma nucleare, né gli strumenti per ottenerla rapidamente”, ha tuonato Vance, definendo la proposta statunitense come “la migliore e ultima offerta”.

Dall’altra parte della barricata, la reazione iraniana non si è fatta attendere. Attraverso i media ufficiali come Press TV, la delegazione guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf ha parlato apertamente di “richieste irragionevoli” e “pretese eccessive” da parte di Washington. Fonti vicine ai negoziatori raccontano di un clima di diffidenza reciproca, dove ogni concessione è stata valutata come una potenziale resa; una dinamica, questa, che ha reso vani gli sforzi di mediazione pakistani, nonostante questi fossero stati elogiati da entrambe le parti per la loro ospitalità.

Stretto di Hormuz e uranio, i nodi al pettine dell’intesa

Se le dichiarazioni ufficiali sono state vaghe, i retroscena trapelati dalle cancellerie dipingono un quadro molto più nitido e frammentato. Secondo quanto riportato dal New York Times e citato dalla stampa internazionale, i tre punti di rottura hanno un nome e un peso specifico ben definiti. In primo luogo, la riapertura dello Stretto di Hormuz: gli Stati Uniti ne pretendono il libero transito immediato per tutte le petroliere, mentre l’Iran considera il controllo di quel passaggio strategico come l’asso nella manica da giocare solo al momento della firma di un accordo finale.

Poi c’è la questione dell’uranio arricchito. Si stima che l’Iran possieda quasi 440 chilogrammi di materiale arricchito al 60%, una soglia pericolosamente vicina al grado bellico. La richiesta americana è di cedere o vendere l’intero stock, ma Teheran ha opposto un rifiuto, proponendo alternative ritenute inaccettabili dall’amministrazione Trump. Infine, la spinosa partita dei fondi congelati: circa 27 miliardi di dollari provenienti dalla vendita di petrolio, bloccati in paesi come Iraq, Giappone e Germania, che l’Iran chiede vengano sbloccati per finanziare la ricostruzione post-bellica, mentre Washington ha respinto al mittente ogni richiesta in tal senso.

Colloqui interrotti ma un canale diplomatico ancora aperto

Nonostante il fallimento dichiarato, il tono usato da entrambe le delegazioni al termine dei lavori lascia intendere che la porta non sia stata chiusa del tutto, o almeno non sbattuta con troppa violenza. Il motto ripetuto da Baqaei – “la diplomazia non si ferma mai” – sembra quasi un messaggio cifrato per rassicurare i mercati e l’opinione pubblica, preoccupata per l’escalation di un conflitto che ha già causato migliaia di vittime e fatto impennare il prezzo del greggio.

Mentre Vance rientrava a Washington dichiarando di lasciarsi alle spalle una “situazione in cui gli iraniani non erano disposti ad accettare i nostri termini”, l’Iran ha giocato la carta della pazienza strategica. “Naturalmente, dall’inizio non avremmo dovuto aspettarci di raggiungere un accordo in una singola sessione”, hanno ribadito i funzionari di Teheran, scaricando la responsabilità dell’impasse sulle “richieste eccessive” degli Stati Uniti. Resta ora da vedere se il tentativo di Trump di imporre le sue “linee rosse” per decreto porterà a una ripresa delle ostilità o a un ritorno al tavolo, magari con una diversa formula negoziale.

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