Guerra Usa-Iran, i negoziati di pace prendono il via a Islamabad tra delegazioni di alto livello
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Redazione Esteri
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È iniziata ufficialmente nella capitale pakistana la partita più delicata per la stabilità del Medio Oriente. I rappresentanti di Teheran e Washington – dopo oltre un mese di ostilità che hanno riscritto gli equilibri della regione – si sono seduti al tavolo (seppur verosimilmente in stanze separate, secondo il protocollo indiretto mediato dal paese ospitante) per tentare di trasformare una tregua fragile in una cessazione permanente delle ostilità. Il premier pakistano Shehbaz Sharif ha incontrato il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, confermando l’avvio formale dei colloqui; un incontro, quest’ultimo, avvenuto dopo che la delegazione guidata dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, aveva già raggiunto la città.
Il contingente iraniano, composto complessivamente da 71 membri tra negoziatori, consulenti tecnici e personale di sicurezza, rappresenta la schiera più ampia e articolata mai vista in questo tipo di vertici. Al fianco di Ghalibaf figurano il ministro degli Esteri Abbas Araghchi – che di mestiere ha già negoziato il complesso accordo sul nucleare nel 2015 – e il governatore della banca centrale Abdolnaser Hemmati, segno che le questioni economiche e lo sblocco delle risorse congelate sono centrali quanto quelle militari. Dall’altra parte, il vicepresidente Vance, affiancato dall’inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner, si trova di fronte a quella che molti analisti definiscono la missione diplomatica più rischiosa da quando ha assunto la carica: un passo falso potrebbe far saltare la tregua mediata dal feldmaresciallo Asim Munir, il capo dell’esercito pakistano che ha agito da trait d’union tra le due capitali nelle concitate settimane scorse.
Lo stallo di Hormuz e la sfida tecnica delle mine vaganti
Tra i nodi che rischiano di impigliare subito la trattativa, la situazione dello Stretto di Hormuz appare la più spinosa da sciogliere. Secondo quanto riportato dal New York Times, citando fonti della sicurezza statunitense, Teheran si troverebbe in una posizione paradossale: non sarebbe in grado di riaprire completamente il canale perché non riesce a localizzare con precisione tutte le mine navali disseminate durante le fasi del conflitto. Un problema, questo, che ha impedito all’Iran di conformarsi rapidamente alle richieste di Washington di garantire il transito sicuro delle petroliere; le operazioni di bonifica sono rallentate dal fatto che molte delle mine sono state posizionate in modo disordinato, con il rischio che alcune abbiano addirittura cambiato posizione a causa delle correnti.
Parallelamente alla questione marittima, si registrano le prime tensioni sulle contropartite economiche. Una fonte iraniana di alto livello ha anticipato all’agenzia Reuters che gli Stati Uniti avrebbero accettato lo sblocco degli asset iraniani congelati in Qatar – una mossa letta da Teheran come un “segno di serietà” in vista dell’intesa. Tuttavia, fonti giornalistiche statunitensi, tra cui Cbs, hanno prontamente smentito che tale accordo sia già stato ratificato, gettando ombre sulla reale volontà della Casa Bianca di allentare la morsa delle sanzioni prima di vedere risultati concreti sul tavolo. In questo clima di reciproca diffidenza, i mediatori pakistani stanno cercando di persuadere la delegazione di Ghalibaf ad abbandonare le precondizioni (tra cui il cessate il fuoco in Libano) per procedere a un confronto diretto senza vincoli preventivi.
Il nodo libanese e la pressione sulla sicurezza europea
Mentre i delegati si confrontano a Islamabad, il fronte secondario libanese minaccia di far deragliare l’intero processo. Il governo israeliano ha ribadito con forza che non esiste alcuna trattativa per un cessate il fuoco con Hezbollah, una posizione che cozza violentemente con la richiesta iraniana di includere “tutte le resistenze regionali” nella tregua. Il ministro della Pianificazione pakistano, Ahsan Iqbal, ha avvertito che la pace non può essere a compartimenti stagni: “Non possiamo lasciare che una parte della regione sanguini mentre discutiamo dell’altra”. Una dichiarazione che riflette la pressione su Islamabad, il cui ruolo di mediatore è minacciato dalla possibilità che Israele – assente dal tavolo – intensifichi le operazioni per approfittare della distrazione diplomatica.
Le ripercussioni di questa instabilità si fanno sentire fino in Europa, dove si teme una paralisi delle fornizi. L’Unione Europea ha lanciato un allarme preciso: se lo Stretto di Hormuz non dovesse riaprire entro tre settimane, gli aeroporti del Vecchio Continente rischiano di rimanere senza carburante. Una prospettiva che aggiunge urgenza a un negoziato già di per sé saturo di ostacoli, e che spiega perché il presidente Trump – pur non essendo fisicamente presente a Islamabad – abbia delegato a Vance la responsabilità di non far fallire l’incontro.
Un team negoziale iraniano compatto tra diplomazia e sicurezza
A differenza di altre tornate diplomatiche del passato, la delegazione di Teheran mostra un volto insolitamente coeso, in cui convivono l’ala tecnica rappresentata dal “mite” Araghchi e l’ala dura rappresentata dallo stesso Ghalibaf, figura chiave vicina ai Pasdaran. Oltre ai vertici istituzionali, il gruppo comprende il segretario del Consiglio supremo di difesa nazionale, Ali Akbar Ahmadian, e il vice ministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi – quest’ultimo già noto per la sua linea intransigente sui dossier di sicurezza. La presenza del governatore della banca centrale, Hemmati, suggerisce che il regime stia cercando di legare il futuro politico del paese alla concreta necessità di ripianare un’economia dissanguata dalle sanzioni e dal blocco navale.
Nonostante la composizione corale, resta alta la tensione intorno al tavolo. Le agenzie di stampa iraniane hanno pubblicato immagini dei seggiolini dell’aereo presidenziale riempiti con cartelle e ritratti delle studentesse uccise nei bombardamenti, un gesto simbolico che testimonia quanto la retorica del sacrificio sia ancora lontana dall’essere accantonata per lasciare spazio alla pura realpolitik. E mentre Vance stringe la mano ai funzionari pakistani, il mondo osserva se questa tregua sarà il preludio a una pace duratura o soltanto una pausa prima della tempesta.




