Negoziati Usa-Iran a Islamabad, Vance lascia senza accordo: "Teheran non cede sul nucleare"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è bastata una maratona durata oltre ventuno ore per colmare il fossato che separa Washington da Teheran, e così il vicepresidente americano, J.D. Vance, ha fatto ritorno negli Stati Uniti a mani vuote, interrompendo di fatto il primo faccia a faccia ufficiale tra le due delegazioni dal lontano 1979, anno della rivoluzione islamica. Il round di colloqui, ospitato dal Pakistan nella sua capitale Islamabad, si è arenato sugli scogli – mai così tranchant – del programma nucleare iraniano e del controllo sullo stretto di Hormuz, due nodi che la diplomazia non è riuscita a sciogliere nonostante l’impegno profuso dai mediatori locali. A dare il colpo di grazia alle speranze di una tregua duratura è stato proprio Vance, il quale – in una breve conferenza stampa prima dell’imbarco – ha puntato il dito contro la "mancata promessa definitiva" da parte di Teheran di abbandonare per sempre l’arma atomica, una condizione che l’amministrazione Trump ha sempre posto come irrinunciabile per qualsiasi intesa.

L’intesa mancata e le “2-3 questioni” che dividono le parti

Se da un lato Vance chiudeva la porta a qualsiasi ipotesi di accordo, dall’altro il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, citato dall’agenzia Tasnim, provava a gettare acqua sul fuoco descrivendo un quadro negoziale meno catastrofico di quanto lasciassero intendere gli americani. Baqaei ha infatti rivelato che le due parti avrebbero comunque "raggiunto un'intesa su diverse questioni", ammettendo però la persistenza di "divergenze di opinione su 2-3 questioni importanti". Una versione, quest’ultima, che lascia intendere come i contatti non siano stati del tutto infruttuosi, sebbene la distanza su quei pochi – ma cruciali – punti (tra cui probabilmente lo smantellamento delle infrastrutture belliche e il futuro delle rotte marittime) si sia rivelata al momento incolmabile. Teheran, attraverso i propri canali ufficiali, ha parlato apertamente di "richieste irragionevoli" avanzate dagli Stati Uniti, accusando Washington di aver sabotato con il suo atteggiamento ‘massimalista’ la possibilità di una distensione. Nonostante il fallimento di questa tornata, la diplomazia non si ferma: lo stesso Baqaei ha assicurato che i contatti con il Pakistan e gli altri mediatori regionali proseguiranno, suggerendo che la pista del dialogo, per quanto accidentata, non è stata definitivamente abbandonata.

Lo spettro ambientale della guerra: 1,3 miliardi di danni in due settimane

Mentre i diplomatici litigavano sui dettagli degli accordi, sul terreno gli effetti del conflitto lasciavano un segno indelebile – e forse irreversibile – non solo sulle infrastrutture, ma sull’intero ecosistema planetario. Un’analisi congiunta della Queen Mary University di Londra, della Lancaster University e del Climate and Community Institute ha quantificato l’impatto ambientale delle prime due settimane di ostilità, scattate ufficialmente lo scorso 28 febbraio, restituendo cifre da capogiro. Tra il 28 febbraio e il 14 marzo, i bombardamenti e le operazioni militari hanno generato oltre 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente: un dato che da solo supera le emissioni totali di un intero paese come l’Islanda nell’arco di un anno.

Per rendere l’idea – spiegano i ricercatori – l’inquinamento prodotto da questa guerra in appena quattordici giorni equivale a quello di un milione di automobili a benzina in circolazione per lo stesso lasso di tempo. I danni climatici, calcolati in base al costo sociale del carbonio, hanno già superato la soglia di 1,3 miliardi di dollari, una cifra destinata a crescere esponenzialmente man mano che gli incendi nei depositi di petrolio e la ricostruzione delle macerie moltiplicheranno l’impronta ecologica del conflitto. Una conta, quella delle emissioni, che nessun trattato internazionale ha mai formalmente regolamentato, rimanendo una sorta di "zona grigia" nei conteggi del Protocollo di Kyoto.

Hormuz minato e la minaccia delle mine fantasma

Sullo sfondo di questi fallimenti diplomatici e disastri ambientali, resta la morsa dello stretto di Hormuz, il cui controllo rappresenta forse l’unica leva strategica rimasta in mano a Teheran. Il presidente americano, Donald Trump, nel commentare lo stallo dei negoziati, ha ribadito con la consueta enfasi la schiacciante superiorità militare raggiunta dagli Stati Uniti, affermando che la Marina iraniana "è distrutta", l’Aeronautica è a terra e le fabbriche di missili e droni "sono state in gran parte annientate". Secondo la visione della Casa Bianca, l’unica risorsa residuale per l’Iran sarebbe quindi la minaccia legata alle mine navali: "L'unica cosa che gli resta – ha tuonato Trump – è la minaccia che una nave possa 'incagliarsi' in una delle loro mine marine". Una minaccia che, nonostante le rassicurazioni del Pentagono (che ha annunciato l’inizio delle operazioni di sminamento con mezzi subacquei e navi posamine), tiene ancora in scacco le rotte petrolifere del Golfo. Teheran, dal canto suo, continua a smentire categoricamente la presenza di questi ordigni, avvertendo che qualsiasi tentativo di forzare il blocco verrà contrastato con "durezza". Un braccio di ferro, dunque, che si sposta dalle sale riunioni di Islamabad alle acque infestate del Golfo Persico, dove la diplomazia ha ceduto il passo alla logica della forza.

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