Guerra in Iran, i colloqui di Islamabad naufragano sul nucleare. Vance: “Nessuna intesa”. Teheran: “Richieste irragionevoli”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si è conclusa senza il sigillo di un’intesa, almeno per il momento, la prima storica tornata di negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran ospitata a Islamabad, la capitale pakistana. Dopo ventuno ore di trattative serrate, una maratona diplomatica interrotta solo da brevi pause tecniche, il vicepresidente americano JD Vance ha annunciato il proprio rientro negli Stati Uniti, confermando l’assenza di un accordo quadro. Il nodo, come era stato ampiamente previsto, resta quello del programma nucleare iraniano: Washington chiede un impegno formale e irreversibile che Teheran rinunci per sempre all’opzione atomica, una condizione che la delegazione guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha finora respinto. “Lasciamo Islamabad con una proposta molto semplice, che rappresenta la nostra migliore e ultima offerta – ha dichiarato Vance ai cronisti – Vedremo se gli iraniani vorranno accettarla. Il dato di fatto è che abbiamo bisogno di un impegno affermativo da parte loro: niente arma nucleare, niente strumenti che permettano di ottenerla rapidamente. Non l’abbiamo ancora visto”.

Un faccia a faccia storico tra diffidenze e scenari di guerra

Il fallimento di questo primo round, il più significativo tra le due capitali da quando la rivoluzione del 1979 ruppe ogni canale diplomatico, arriva al termine di una settimana segnata da un fragile cessate il fuoco di due settimane, mediato proprio dal Pakistan. Le delegazioni si erano incontrate in un clima definito “cordiale e sereno” da alti funzionari iraniani citati dal “New York Times”, tanto che Ghalibaf e lo stesso Vance si erano stretti la mano all’avvio delle discussioni. Tuttavia, la cortesia delle forme non ha scalfito la sostanza delle divergenze. Da un lato, l’amministrazione Trump – che conta ormai più di un anno dal ritorno alla Casa Bianca – ha premuto per ottenere lo smantellamento completo delle capacità belliche iraniane, inclusa l’interruzione di qualsiasi attività di arricchimento. Dall’altro, Teheran ha replicato parlando di “richieste irragionevoli”, attraverso i canali della tv di Stato Irib, ribadendo il proprio diritto a un programma nucleare civile. Il viceministro degli Esteri iraniano Baghaei ha poi precisato che nessuno, nella delegazione di Teheran, si aspettava di chiudere un accordo in una singola sessione. “Continueremo – ha spiegato – grazie ai contatti con i nostri alleati, incluso il Pakistan, ma i negoziati hanno dimostrato ancora una volta che l’esperienza con gli americani è stata sempre costellata da promesse non mantenute”.

Lo spettro delle mine e la sfida nello Stretto di Hormuz

Mentre i diplomatici parlavano nei saloni della capitale pakistana, sullo sfondo la tensione militare non ha mai smesso di salire. A fare da contraltare alle trattative è stata la questione dello Stretto di Hormuz, il valico strategico attraverso cui transita una fetta consistente del petrolio mondiale. L’Iran, tramite le Guardie Rivoluzionarie, ha lanciato un avvertimento chiaro: qualsiasi tentativo di passaggio da parte di navi militari riceverà una “risposta ferma e decisa”. Una minaccia che fa da contrappeso all’annuncio del comando centrale americano (Centcom), secondo il quale due cacciatorpediniere hanno già transitato nelle acque dello Stretto per iniziare le operazioni di sminamento. “L’Iran sta perdendo alla grande – ha tuonato Donald Trump, intervistato durante la giornata di trattative – La loro marina è distrutta, l’aeronautica è distrutta. L’unica risorsa che resta loro è la minaccia di mine navali”. Le dichiarazioni del presidente Usa, che ha seguito i lavori a distanza da Washington prima di trasferirsi in Florida, hanno sostanzialmente anticipato l’esito del tavolo: “Che si faccia un accordo o meno, per me non fa alcuna differenza. Abbiamo già vinto”.

Vance lascia il Pakistan, Teheran accusa Israele

La partenza della delegazione americana, con Vance costantemente in contatto con Trump e il segretario di Stato Marco Rubio durante le ventuno ore di vertice, ha sancito il momento di stallo. Il vicepresidente ha ribadito che senza una “promessa sul nucleare” non ci possono essere i presupposti per porre fine al conflitto, mentre Teheran ha rovesciato l’accusa, sostenendo che le condizioni poste sul tavolo fossero irricevibili. A pesare nel clima di sfiducia c’è anche l’ombra del conflitto a Gaza e in Libano: l’Iran accusa Washington di essere succube delle pressioni israeliane, in particolare per quanto riguarda la questione di Hezbollah, una condizione che Teheran vorrebbe fosse inscindibile da qualsiasi accordo di pace globale. Ghalibaf, al termine dell’incontro, ha dichiarato che l’Iran continuerà a dialogare nonostante le divergenze, ma ha ribadito che la Repubblica Islamica non cederà sul principio della propria sicurezza nazionale. Le due navi sminatrici americane, intanto, restano operative nello Stretto: un’operazione che, secondo Washington, serve a bonificare le rotte commerciali, ma che Teheran considera una provocazione in piena regola. Il cessate il fuoco regge ancora, ma il fallimento di Islamabad rischia di trasformare la pausa dalle ostilità in una semplice tregua armata.

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