La “tregua a oltranza” tra Stati Uniti e Iran e il nodo mai sciolto di Islamabad

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra, si sa, non è fatta solo del fragore delle bombe che squarciano il silenzio della notte o delle urla di chi perde tutto in un istante; è anche – e forse soprattutto – una partita cinica giocata con i silenzi, le attese e quelle cosiddette “tregue” che, nella sostanza, servono più a riarmare le strategie che a salvare le vite della gente comune. Dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran, una strana calma apparente è stata interrotta solo dalle dichiarazioni a effetto del presidente americano, Donald Trump, il quale (alternando con una certa disinvoltura il pugno duro ai toni concilianti) ha deciso di prolungare il cessate il fuoco, una proroga che definire “indefinita” è forse l’unico modo per descriverne la natura fluida e incerta. A Islamabad, intanto, i colloqui per la pace procedono a rilento, inchiodati a un’impasse che sembra destinata a protrarsi ben oltre le aspettative del primo round negoziale, mentre la diplomazia fatica a trovare un filo logico in un mosaico politico sempre più frammentato.

Il fattore Guardiani e la parabola del conflitto

Se si prova a guardare il panorama bellico da una prospettiva squisitamente interna alla Repubblica islamica, emerge immediatamente il ruolo centrale giocato dai pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. Nel corso di questi quasi due mesi di guerra, non solo non sono usciti indeboliti dall’attrito con la superpotenza occidentale, ma anzi, sembrano aver consolidato quel controllo capillare che li rende l’ossatura portante del regime. La loro resilienza, nata quarantasette anni fa dalle ceneri della caduta dello Scià per poi forgiarsi nella dura guerra contro l’Iraq, ha trovato nuova linfa in questo confronto diretto: controllano il fragoroso arsenale missilistico, gestiscono le rotte commerciali e, attraverso la Divisione Qods, mantengono viva l’influenza regionale. Non è un caso, quindi, se il recente abbassamento della tensione militare coincida con il tentativo – riuscito – di rimetterli al centro del palcoscenico, relegando le spinte “riformiste” o “moderate” a un ruolo marginale, se non scomodo, nelle decisioni cruciali per il futuro del paese.

La diplomazia delle scadenze e il vicolo cieco dello Stretto

Sullo sfondo di questa delicate partita a scacchi, si muove l’amministrazione Trump, che deve fare i conti con un calendario politico e legislativo piuttosto rigido. Con l’avvicinarsi della scadenza del primo maggio, che rappresenta il termine formale dei sessanta giorni di guerra (notificati al Congresso il due marzo), la Casa Bianca si trova di fronte a un bivio giuridico non indifferente: proseguire l’offensiva senza una chiara autorizzazione legislativa è un azzardo che espone il partito a rischi politici notevoli, specialmente in un anno cruciale come quello delle elezioni di mid-term. L’attuale situazione di stallo – una sorta di "limbo paralizzante" dove le armi tacciono ma la pressione economica aumenta – sembra quindi più un espediente tattico che una reale apertura alla pace. Lo dimostra il persistere del blocco navale nello Stretto di Hormuz, un’arteria strategica vitale per i commerci globali, dove l’Iran (dal canto suo) non ha esitato a mettere in atto azioni di contrasto, sequestrando navi mercantili accusate di violare le nuove regole di transito imposte da Teheran.

Le divisioni scontate e il futuro dei negoziati

E mentre i funzionari americani parlano di “divisioni profonde” all’interno del governo iraniano – un racconto spesso utilizzato per giustificare i continui rinvii e la mancata riapertura formale del tavolo di pace – i vertici di Teheran ribattono all’unisono, descrivendosi come un fronte compatto che non farà sconti al "tradizionale nemico". In realtà, al di là della propaganda, resta il dato di fatto che la delegazione iraniana non ha ancora rimesso piede a Islamabad con la necessaria convinzione, e che la tregua, per quanto prolungata, non ha ancora prodotto alcun passaggio concreto verso una roadmap condivisa. La guerra, dunque, non è finita: è semplicemente entrata in una fase di latenza, dove lo scontro si gioca sui tabelloni delle cancellerie e sulle rotte delle petroliere, mentre la gente comune (quella stessa che nel 2022 cantava “Donna, Vita, Libertà”) resta ancora una volta ai margini, spettatrice impotente di interessi geopolitici che vanno ben oltre la sua sopravvivenza quotidiana. La sensazione, leggendo le contraddizioni delle istituzioni americane e la fermezza della linea iraniana, è che la pace sia ancora un miraggio lontano, offuscato dalla polvere sollevata dalla diplomazia verbale e dalle minacce sottili di una guerra economica senza fine.

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