Iran, i negoziati per il cessate il fuoco con gli Stati Uniti naufragano a Islamabad
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Redazione Esteri
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Il tentativo di mediazione, che aveva preso forma grazie alla spinta di alcuni Paesi del Medio Oriente – tra i quali il Pakistan ha giocato un ruolo di primo piano – per scongiurare un’escalation militare tra Washington e Teheran, si è ufficialmente arenato. Secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, la svolta negativa è maturata nelle ultime ore: l’Iran ha comunicato ai mediatori, con una nota priva di ambiguità, di non avere alcuna intenzione di sedersi al tavolo con i funzionari statunitensi nella capitale pakistana. Quell’incontro, che avrebbe dovuto svolgersi nei prossimi giorni, è stato quindi accantonato. Alla base del rifiuto, spiega il quotidiano, vi è la natura delle richieste avanzate dagli Stati Uniti, definite da Teheran “inaccettabili” nella loro interezza. Non sono stati forniti dettagli specifici su questi punti di contrasto, ma la nettezza del diniego iraniano suggerisce una distanza incolmabile tra le rispettive posizioni, in un momento in cui la tensione militare rimane altissima.
La durezza del messaggio di Teheran all’Italia
Mentre il canale pachistano si chiudeva, un altro fronte diplomatico – quello italiano – veniva investito da una presa di posizione altrettanto secca. L’ambasciata iraniana a Roma ha scelto i social network, e in particolare un post su X, per indirizzare un monito chiaro al governo italiano. “Prima di parlare della riapertura dello stretto di Hormuz, l’Italia deve opporsi con fermezza alla palese violazione del diritto internazionale da parte degli aggressori americano-sionisti!”, si legge nel testo. Con questa frase, Teheran ribalta la prospettiva: non è l’Iran a minare la sicurezza di uno dei passaggi marittimi più strategici per il petrolio mondiale, bensì l’offensiva condotta da Stati Uniti e Israele. La rappresentanza diplomatica iraniana insiste su un nesso causale diretto, sostenendo che “l’insicurezza nello stretto di Hormuz è il risultato diretto dell’aggressione degli Stati Uniti e del regime sionista, non della legittima difesa dell’Iran”. In questo quadro, qualsiasi richiesta italiana di riaprire il canale – implicitamente o esplicitamente legata alla libertà di navigazione – viene respinta come pretestuosa.
Il legame tra lo stretto di Hormuz e la guerra
L’ambasciata, nel suo intervento pubblico, non si limita a una generica dichiarazione di principio. Aggiunge un passaggio che collega direttamente la crisi energetica globale alle responsabilità belliche: “Se siete preoccupati per la crisi globale dell’energia e dei fertilizzanti, costringete gli aggressori a porre fine completamente e definitivamente alla guerra”. La frase, indirizzata all’Italia ma rivolta in realtà a un pubblico più ampio, contiene una condizione implicita. Roma – secondo Teheran – non può limitarsi a chiedere la riapertura dello stretto senza prima esercitare una pressione reale su Washington e su Israele affinché cessino le ostilità. È una posizione che trasforma il dossier Hormuz in una variabile dipendente del conflitto in corso, negando qualsiasi autonomia alla questione della sicurezza marittima. L’Italia, da parte sua, non ha ancora ufficialmente replicato a questo messaggio, ma il tono utilizzato dall’ambasciata lascia intendere che i margini per una mediazione separata sullo stretto siano, al momento, inesistenti.
Uno stallo destinato a durare
L’intreccio tra il fallimento dei negoziati a Islamabad e la durezza del messaggio di Teheran a Roma delinea una situazione di stallo generalizzato. Da un lato, il rifiuto iraniano di incontrare i rappresentanti statunitensi – un segnale che, nella prassi diplomatica, equivale a una chiusura quasi totale del canale di dialogo – dimostra come la Casa Bianca, con Trump di nuovo alla presidenza, non sia riuscita a trovare una formula negoziale accettabile. Dall’altro lato, la replica dell’ambasciata a Roma suggerisce che Teheran intende utilizzare ogni piattaforma disponibile, anche quella social, per fissare una linea rossa: senza la fine della guerra, nessuna discussione sulla riapertura dello stretto di Hormuz potrà nemmeno iniziare. I mediatori regionali, a cominciare dal Pakistan, si trovano così con un mandato sostanzialmente svuotato. Le richieste statunitensi, per quanto non rese pubbliche, sono state giudicate così gravose da far saltare un appuntamento che molti osservatori ritenevano almeno un primo passo verso una de-escalation. Resta, sullo sfondo, la questione della libertà di navigazione e delle sue ricadute sui mercati energetici, ma al momento ogni iniziativa diplomatica sembra destinata a infrangersi contro la volontà iraniana di subordinare tutto alla fine delle ostilità.




