L’ultimatum di Trump all’Iran scade a mezzanotte, mentre la diplomazia prova a reggere il filo del “cessate il fuoco” di Islamabad
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Redazione Esteri
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La soglia psicologica, ancor prima che quella militare, è stata superata ormai da diversi giorni, eppure l’ago della bilancia continua a oscillare in bilico tra la minaccia operativa e l’ultimo, flebile spiraglio di una trattativa. Mentre l’orologio segna il conto alla rovescia verso le due di stanotte (ora italiana), il presidente Donald Trump sembra tenere in pugno una morsa che potrebbe stringersi definitivamente, o allentarsi all’ultimo respiro. Da fonti vicine all’amministrazione – come riportato da Axios – filtra infatti la possibilità concreta di una proroga dell’ultimatum, condizionata però ai “progressi sostanziali” che il tycoon dovesse ravvisare nei dialoghi in corso. Una fonte interna, al contempo, ha voluto mantenere un profilo basso, esprimendo “scetticismo” sulla reale tenuta di questa finestra di dialogo, quasi a voler preparare il terreno per l’eventualità più drammatica.
I veti incrociati e l’accordo di Islamabad: una tregua di 45 giorni
Sul tavolo, a tenere insieme le ultime residue speranze, c’è il cosiddetto “accordo di Islamabad”. Una bozza, questa, messa a punto dai mediatori – tra cui figurano figure chiave provenienti da Pakistan, Egitto e Turchia – che propone una tregua della durata di 45 giorni. Un lasso di tempo, spiegano le indiscrezioni raccolte dalla stampa internazionale, pensato non come un fine, ma come un mezzo: una sospensione delle ostilità che consenta di aprire un negoziato vero su tutti i nodi strutturali del conflitto, a cominciare dallo sblocco dello Stretto di Hormuz. La reazione di Trump a questa proposta, filtrata attraverso le sue consuete dichiarazioni pubbliche, è stata misurata ma ferma: un “passo importante ma non sufficiente”, ha sentenziato, per poi ribadire che il regime degli ayatollah può essere “eliminato in una notte” e che quella notte potrebbe essere proprio quella che separa oggi da domani.
Intanto, il fronte interno americano mostra crepe che non sono solo politiche, ma anche legali. Un numero crescente di parlamentari democratici ha infatti rotto gli indugi, utilizzando toni durissimi per definire “squilibrata” la deriva verbale del presidente. A raccogliere le accuse, riprese da testate come Al-Jazeera, è stato Jim McGovern, figura di spicco della Commissione per il Regolamento della Camera, il quale ha avvertito che violare il diritto internazionale umanitario significa fornire un pericoloso precedente che anche avversari come l’Iran potrebbero sentirsi legittimati a seguire. La preoccupazione, più che retorica, tocca il cuore della Convenzione di Ginevra, specialmente dopo che Trump ha ventilato l’ipotesi di colpire infrastrutture civili come ponti e centrali elettriche, riducendo – nelle sue parole – il paese “all’età della pietra” in sole quattro ore.
Dottrina Dahiya e il prezzo sul campo: i 15 feriti in Kuwait
Mentre la diplomazia arranca, il terreno caldo del Golfo racconta un’altra verità, fatta di attacchi mirati e ritorsioni. A complicare ulteriormente lo scenario, nelle ultime ore è emersa la notizia – diffusa da fonti come Cbs News – che quindici militari statunitensi sono rimasti feriti a seguito di un attacco con drone iraniano contro una base aerea in Kuwait. Un’azione che ha spinto in avanti gli orizzonti del conflitto, portandolo fisicamente dentro una struttura militare alleata e dimostrando la capacità di penetrazione delle forze di Teheran. Non è un caso, in questo clima di tensione crescente, che tra gli analisti militari israeliani si sia tornati a parlare esplicitamente di applicare la “dottrina Dahiya” a Teheran. Un concetto, quest’ultimo, che il veterano analista Ron Ben Yishai ha riassunto senza troppi giri di parole: radere al suolo i quartieri dove risiedono i vertici del regime, i loro sostenitori e le loro famiglie, replicando in scala quella strategia di devastazione già vista a Beirut e nella Striscia di Gaza.
Il cortocircuito, a questo punto, sembra essere proprio nella natura dei messaggi che arrivano dalla Casa Bianca. Da un lato, l’amministrazione non chiude del tutto la porta ai mediatori; dall’altro, le parole del presidente si fanno sempre più crude, infarcite di insulti diretti (“bastardi” li ha definiti gli ayatollah) e di scenari apocalittici. È un filo sottilissimo, quello che separa ancora il paese da un’escalation totale, ma è un filo che i veti incrociati dei rispettivi alleati – e forse il semplice istinto di sopravvivenza – non hanno ancora reciso del tutto.




