Negoziati ad alta tensione a Islamabad, Trump accusa l’Iran sullo Stretto di Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È il giorno dei cosiddetti “Islamabad Talks”, e il clima, a dispetto della tregua di due settimane annunciata da Donald Trump, appare più carico di aspettative che di reali certezze. La delegazione americana, guidata dal vicepresidente J.D. Vance e completata da Jared Kushner e dall’inviato speciale Steve Witkoff, è atterrata nella capitale pakistana pronta a sedersi al tavolo con gli omologhi iraniani. L’obiettivo, sulla carta, è trasformare la sospensione delle ostilità – frutto di settimane di mediazione proprio ad opera di Islamabad – in un accordo di pace duraturo. Ma le premesse, a giudicare dalle dichiarazioni delle ultime ore, lasciano intravedere un percorso minato da veti incrociati e una fiducia ridotta ai minimi termini.

L’ultimatum di Trump e la strategia dello “Stretto”

A gettare benzina sul fuoco, poche ore prima dell’inizio ufficiale dei colloqui, ci ha pensato direttamente il presidente degli Stati Uniti. In un post su Truth Social, Trump ha accusato Teheran di condurre una gestione “pessima e disonorevole” del transito petrolifero nello Stretto di Hormuz, un’arteria vitale attraverso la quale passa circa un quinto del greggio mondiale. Secondo il presidente, gli iraniani non solo starebbero rallentando i flussi, ma avrebbero addirittura tentato di imporre dazi o pedaggi occulti alle petroliere, violando di fatto gli impegni presi al momento della firma della tregua. “Non hanno altre carte da giocare”, ha tuonato Trump, definendo l’atteggiamento di Teheran come una mera “estorsione a breve termine” ai danni dell’economia globale.

Dall’altra parte, la delegazione iraniana – guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf – è arrivata a Islamabad forte di posizioni altrettanto rigide. I media internazionali riportano che Teheran considera la riapertura totale del Canale subordinata al soddisfacimento di condizioni precise, che includono un cessate il fuoco in Libano e lo sblocco di asset finanziari congelati all’estero. Una posizione, quest’ultima, che i diplomatici occidentali presenti in loco descrivono come un tentativo di allargare il perimetro della trattativa ben oltre la questione nucleare, cercando di coinvolgere direttamente anche le dinamiche tra Israele e Hezbollah.

Il ruolo cruciale del Pakistan e il format “a stanze separate”

Il Pakistan, che si è guadagnato il ruolo di mediatore principale grazie ai suoi legami sia con Washington che con Teheran, ha trasformato l’area dell’hotel Serena di Islamabad in una fortezza. Per facilitare il dialogo tra due parti che non si riconoscono ufficialmente, i colloqui seguiranno un formato indiretto: delegazioni separate in stanze diverse, con i funzionari pakistani che faranno la spola per veicolare proposte e controproposte. Il primo ministro Shehbaz Sharif, che ha descritto questa fase come “make or break” (o la va o la spacca), ha sottolineato come sia finita la fase delle dichiarazioni roboanti e sia arrivato il momento di affrontare la complessità di un negoziato tecnico.

Sullo sfondo, resta la scia di un conflitto che ha sconvolto il Medio Oriente. Israele, da parte sua, ha chiarito che la tregua tra Usa e Iran non si estende automaticamente al fronte libanese, dove i raid contro Hezbollah continuano a mietere vittime. Un’ambiguità, questa, che rischia di far saltare il tavolo ancor prima che questo entri nel vivo, dato che Teheran considera la protezione degli alleati regionali come una clausola implicita e non negoziabile. La tensione, dunque, resta alle stelle.

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