Usa e Iran, il fallimento di Islamabad e l’ombra del blocco navale a Hormuz
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Redazione Esteri
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Ventuno ore di trattative, una tregua solo apparente nei palazzi di Islamabad, e poi il verdetto secco del vicepresidente americano J.D. Vance, salito sul podio della sala dove si sono consumati i negoziati per annunciare ciò che già nell’aria si respirava: il confronto diretto con l’Iran è naufragato. Lui, capo della delegazione statunitense, ha lasciato il tavolo pakistano senza un accordo, certificando così – con la sua stessa partenza verso Washington – la fine di un round diplomatico che molti speravano potesse scongelare decenni di ostilità. Invece, a prevalere è stato lo schema già visto in altre occasioni, quello delle posizioni incardinate e della reciproca incomunicabilità. Vance, nel tentativo di riassumere il faccia a faccia con i rappresentanti di Teheran, ha parlato di “discussioni sostanziali”, ma ha subito aggiunto che gli iraniani “hanno scelto di non accettare i nostri termini”. Una frase, quest’ultima, che suona come una chiusura, non come un’apertura.
Il “voglio tutto” di Trump e le cinque linee rosse
A monte del fallimento c’è una direttiva precisa, ripetuta dal presidente Trump ai suoi collaboratori e filtrata durante le lunghe ore di stallo: «L’ho detto ai miei: voglio tutto. Non il 90%, non il 95%. Voglio tutto». E tutto, nel lessico dell’amministrazione, significa un pacchetto di richieste che va ben oltre la semplice rinuncia all’arma atomica. Gli Stati Uniti, infatti, hanno presentato a Teheran una lista di cinque “linee rosse” – così sono state definite – che l’Iran avrebbe dovuto accettare in blocco. Non solo l’impegno a non perseguire lo sviluppo di ordigni nucleari, su cui pure si è discusso a lungo, ma anche lo smantellamento completo degli impianti esistenti, il recupero di 440 chilogrammi di uranio già arricchito al 60 per cento e la fine del sostegno ai cosiddetti proxy regionali, quelle milizie che in Libano, Siria, Iraq e Yemen agiscono spesso come longa manus di Teheran. Richieste, queste, che per la Repubblica islamica equivalgono a un’umiliazione strategica, e che difficilmente potevano essere digerite in ventuno ore di discussioni, per quanto fitte.
Vance lascia la palla agli iraniani, poi Trump annuncia il blocco navale
Il vicepresidente, prima di abbandonare la scena, ha comunque voluto lasciare sul tavolo quella che ha definito “la nostra offerta finale e migliore”, scaricando sugli interlocutori di Teheran l’intero peso della responsabilità: accettare o respingere. Un gesto retorico, a ben vedere, perché la risposta iraniana non si è fatta attendere nelle forme del silenzio e del rifiuto implicito. E a quel punto, come spesso accade nella strategia di Trump, la diplomazia ha lasciato spazio alla dimostrazione di forza. Il presidente, commentando a caldo il fallimento dei colloqui, ha annunciato il blocco navale dello Stretto di Hormuz, quel passaggio strategico attraverso cui transita una fetta considerevole del petrolio mondiale. Una mossa che evoca immediatamente gli anni delle petroliere inseguite, delle scorte militari e degli incidenti in acque internazionali; una mossa che, di fatto, trasforma il fallimento diplomatico in una crisi sul campo, con tutte le implicazioni del caso per la navigazione e i mercati energetici.
La stoccata a Papa Leone XIV: “Non sono un grande fan”
Nel mezzo di questa tensione già esplosiva, Trump ha trovato il tempo per un attacco frontale, e del tutto inatteso, al nuovo pontefice. Parlando ai giornalisti alla Joint Base Andrews, nel Maryland, il presidente ha dichiarato senza mezzi termini di “non essere un grande fan di Papa Leone XIV”, definendolo “una persona molto liberale” e accusandolo di non credere “nella lotta alla criminalità”. L’occasione per la stoccata è stata l’appello del Papa in favore della pace, un richiamo che evidentemente ha urtato la sensibilità della Casa Bianca. Ma Trump è andato oltre, fino a sostenere che il pontefice sta “giocando con un paese che vuole un’arma nucleare”, un’accusa pesante che lega idealmente la posizione vaticana al dossier iraniano. Un nesso, quest’ultimo, che i fatti non dimostrano ma che nel discorso presidenziale assume il valore di una provocazione ulteriore, in una settimana già segnata dal fallimento di Islamabad e dall’annuncio del blocco navale.




