Trump manda i negoziatori a Islamabad e intanto studia nuovi piani per la guerra all’Iran
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Redazione Esteri
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Il presidente americano Donald Trump, utilizzando il suo consueto canale diretto rappresentato dal social network Truth, ha annunciato l’invio della propria delegazione a Islamabad, capitale pakistana, con l’obiettivo dichiarato di chiudere una volta per tutte la partita relativa al programma nucleare iraniano. «I miei rappresentanti saranno domani a Islamabad per i negoziati», ha scritto il tycoon, aggiungendo poi un avvertimento dai toni ultimativi rivolto agli ayatollah: offriamo un accordo equo, accettatelo o, come ha testualmente affermato, «distruggeremo ogni centrale elettrica e ogni ponte in Iran. Basta fare il bravo ragazzo». Questa dichiarazione, arrivata a poche ore dalla notizia della riapertura – seppur temporanea e contraddittoria – dello Stretto di Hormuz, riaccende i riflettori su una crisi che sembrava destinata a una distensione forzata dal cessate il fuoco mediato dal Pakistan.
La situazione militare, infatti, resta fluida e pericolosa nonostante la tregua che dovrebbe scadere nei prossimi giorni. Da una parte, Trump si è mostrato sorprendentemente ottimista riguardo al dialogo, parlando di «ottime conversazioni» in corso e ribadendo che Israele, definito un alleato «coraggioso, audace, leale e intelligente», sa come comportarsi in questo frangente. Dall’altra, il presidente ha convocato la “Situation Room” alla Casa Bianca, la sala operativa utilizzata per le crisi più gravi, per esaminare nuovi piani di guerra qualora i negoziati dovessero fallire. Una fonte anonima citata da agenzie di stampa ha confermato che i vertici militari hanno ricevuto l’ordine di aggiornare gli obiettivi, inclusi quelli relativi alle infrastrutture energetiche e ai nodi strategici del paese persiano.
Attacchi nello Stretto di Hormuz e la tattica delle "zanzare" dei pasdaranMentre Trump parla di diplomazia, il fronte caldo rimane quello dello Stretto di Hormuz, quel passaggio vitale per il traffico petrolifero mondiale. Dopo un breve periodo di calma apparente, sabato scorso l’Iran ha deciso di bloccare nuovamente il transito, utilizzando quella che gli analisti definiscono la “flotta delle zanzare”: motovedette veloci, droni carichi di esplosivo e mine navali posizionate lungo le rotte commerciali. I rapporti della marina britannica parlano di attacchi a colpi di arma da fuoco contro alcune navi mercantili, episodi che hanno spinto le compagnie di navigazione a sospendere nuovamente le traversate. È probabile che all’interno del regime iraniano ci sia una spaccatura su chi stia effettivamente prendendo le decisioni in questo momento, una frattura tra la linea più moderata del governo e la linea dura dei pasdaran.
Nonostante queste scaramucce, Trump ha cercato di smorzare i toni relativamente alla condotta della controparte, ammettendo che gli iraniani «fanno un po’ i furbi», ma ha ribadito il concetto che le trattative procedono bene. Tuttavia, la scelta di inviare i propri negoziatori a Islamabad, città che ha già ospitato un primo round infruttuoso, suggerisce che la finestra di opportunità per la pace si stia rapidamente chiudendo. La riapertura dello Stretto era stata accolta con sollievo dai mercati, ma la sua immediata chiusura a seguito di questi nuovi scontri dimostra come la fragile tregua sia costantemente a rischio di collasso.
La posizione di Israele e lo scacchiere mediorientaleNel lungo post pubblicato su Truth, Trump ha speso parole di elogio per lo Stato ebraico, sottolineando come, nonostante a qualcuno possa non piacere, Israele si sia dimostrato un gigante in questa crisi. «Sono coraggiosi e intelligenti – ha scritto – a differenza di altri che hanno mostrato la loro vera natura in un momento di conflitto e stress». Un riferimento, questo, probabilmente diretto verso alcune nazioni europee che hanno cercato di mantenere una posizione più equidistante. Trump ha ricordato che Israele sta combattendo duramente e sa «come vincere», un endorsement che potrebbe spingere il governo di Gerusalemme a mantenere una linea dura nei prossimi giorni, sebbene al momento i riflettori siano puntati quasi esclusivamente sul duello Washington-Teheran.
L’annuncio della convocazione della Situation Room, unito alla presenza dei massimi vertici militari e del vicepresidente, lascia intendere che l’amministrazione si stia preparando a entrambi gli scenari. Da un lato, si cerca di spremere fino all’ultimo la via del dialogo a Islamabad, dall’altro si ricalcolano le traiettorie dei bombardieri pesanti nel caso in cui l’ultimatum lanciato da Trump cadesse nel vuoto. Teheran, dal canto suo, sembra giocare sul filo del rasoio: apre e chiude il rubinetto del petrolio, colpisce simbolicamente il traffico navale e nega di voler cedere al ricatto. La domanda che aleggia nei corridoi della diplomazia non è tanto se si arriverà a un accordo, ma piuttosto quale delle due parti sbaglierà i calcoli prima della scadenza della tregua.
La strategia del "bastone e carota" di fronte alla scadenza imminenteTrump ha ribadito che l’Iran non può ricattare gli Stati Uniti, usando un linguaggio che richiama le sue passate strategie commerciali prima di diventare presidente. «Vogliono chiudere lo Stretto – ha detto ai giornali – ma così facendo stanno danneggiando solo se stessi». Tuttavia, la realtà sul campo racconta di una nazione, quella iraniana, che ha imparato a convivere con le sanzioni e le pressioni per decenni, sviluppando una notevole resistenza agli choc esterni. La scadenza del cessate il fuoco, ormai imminente, agisce come un moltiplicatore di tensione: senza un accordo scritto e firmato, il rischio che un singolo colpo di cannone o un incidente con un drone riaccenda le polveri è altissimo




