Guerra in Iran, primo round a Islamabad: Trump: “Forse sì, forse no” ma è stallo sullo Stretto di Hormuz
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Redazione Esteri
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L’aereo della delegazione iraniana – un vecchio airbus della compagnia Meraj – è atterrato alla base militare Nur Khan di Rawalpindi, alle due del mattino di sabato, e da quella scaletta, posata su un tappeto rosso, sono scesi Mohammad Ghalibaf (l’uomo forte di Teheran che non appariva in pubblico da quaranta giorni) e Abbas Araghchi, il diplomatico in chief, seguiti da una delegazione di oltre settanta persone. La prima giornata di colloqui tra Stati Uniti e Iran, ospitata a Islamabad in Pakistan, si è così conclusa senza un’intesa, lasciando aperte tutte le crepe di un conflitto che dura ormai da sei settimane. Donald Trump, che siede alla Casa Bianca da più di un anno ormai, ha commentato l’esito con una formula tipicamente elusiva: “Forse ci sarà un accordo, forse no. In ogni caso, non fa nessuna differenza per me”. Dall’altra parte, Teheran ha confermato la volontà di “continuare nonostante le divergenze”, ma ha anche lanciato un avvertimento chiaro: qualsiasi tentativo da parte di navi militari di attraversare lo Stretto di Hormuz incontrerà una ferma risposta.
Il nodo Hormuz tiene in scacco il tavolo pakistano
È proprio lo Stretto di Hormuz il vero macigno sui cui i negoziati sembrano arenarsi. Teheran insiste a volerne mantenere il controllo, ritenendo “eccessive” le pretese della controparte americana; un braccio di ferro che rischia di far saltare l’ultimo tentativo di scongiurare una escalation, dopo settimane di guerra aperta. I Pasdaran – il dei Guardiani della Rivoluzione – hanno già fatto trapelare la loro linea rossa, e la delegazione iraniana non ha mostrato segni di cedimento. Gli americani, dal canto loro, non hanno nascosto la richiesta di un passaggio garantito per le proprie unità navali, una condizione che per l’Iran equivarrebbe a una capitolazione strategica. Così, mentre i diplomatici continuano a parlare, le navi da guerra restano a distanza di sicurezza, e lo stallo persiste.
La stretta di mano storica e la minaccia parallela
Nonostante le tensioni, i due schieramenti si sono comunque scambiati una storica stretta di mano – un gesto che molti osservatori, a Islamabad, non si aspettavano – ma la tregua rituale non ha sciolto i nodi sul terreno. L’Iran, anzi, ha ribadito con chiarezza che qualunque movimento di navi militari nello Stretto sarà considerato un atto ostile, e che la risposta sarà immediata. Dall’altra parte, Trump non ha mostrato alcuna urgenza: il suo “forse sì, forse no” non è solo una boutade retorica, ma fotografa una posizione negoziale che lascia intendere come Washington non sia disposta a cedere di un millimetro sulla libertà di navigazione. E mentre i riflettori sono puntati sul tavolo di Rawalpindi, il premier pakistano Shehbaz Sharif ha incontrato il vicepresidente americano JD Vance – un faccia a faccia reso noto dall’ufficio del primo ministro – per annunciare che i “colloqui di pace” sono formalmente iniziati.
Un vecchio airbus, quaranta giorni di silenzio e una guerra che non si ferma
Quella delegazione iraniana portava con sé il peso di un lungo silenzio: Ghalibaf, che non si vedeva in pubblico da più di un mese, è tornato sulla scena proprio per questo round negoziale, segno di quanto Teheran consideri cruciale – e insieme pericoloso – l’appuntamento di Islamabad. Eppure, al termine della prima giornata, le posizioni restano distanti anni luce. L’Iran parla di “divergenze” da superare, ma nel frattempo tiene alta la tensione su Hormuz, lo snodo attraverso cui passa gran parte del petrolio del Golfo. Gli Stati Uniti, con Vance al fianco di Sharif, cercano di mantenere un profilo da mediatori, ma la realtà è che i missili non hanno smesso di punteggiare il cielo e le diplomazie procedono a rilento, incagliate in un negoziato che potrebbe durare giorni o settimane. Nessuno, al momento, può dire se quella stretta di mano resterà un episodio isolato o l’inizio di una svolta: per ora, a parlare sono solo le navi ferme al largo e le parole incrociate di due nemici che non si fidano l’uno dell’altro.




