L’ombra dell’uranio e l’ultimatum di Trump: a Islamabad si gioca la pace
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Redazione Esteri
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Il tabellone della diplomazia internazionale si sposta verso Islamabad, dove il fuso orario scandisce il conto alla rovescia di un ultimatum che pende sul Golfo Persico come una lama. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, tornato alla Casa Bianca ormai da oltre un anno, ha ribadito con la consueta nettezza il suo "mai" all'arma atomica iraniana. Una posizione, questa, che trova riscontro nelle direttive impartite alla delegazione ameriana in partenza per la capitale pakistana. Dall’altra parte della barricata, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian – che pure ha dichiarato di voler "utilizzare ogni via diplomatica per ridurre le tensioni" – sembra muoversi su un crinale opposto, rivendicando quelli che definisce i "diritti nucleari" della nazione. Se a questo si aggiunge la chiusura de facto dello Stretto di Hormuz, la posta in gioco diventa chiara: le potenze occidentali, con gli Stati Uniti in testa, chiedono lo smantellamento del programma di arricchimento; Teheran, forte di scorte consistenti di uranio arricchito al 60%, non intende cedere senza garanzie ferree.
A complicare il quadro, e a rendere l’incontro di Islamabad potenzialmente inconcludente, è la profondità del fossato che separa le due visioni. Da un lato, come rivelano fonti vicine ai negoziati, Washington spinge per una moratoria ventennale del programma di arricchimento, chiedendo inoltre il trasferimento delle attuali scorte di uranio in territorio straniero. Dall’altro, Teheran guarda al passato recente – il ritiro unilaterale di Trump dal JCPoA nel 2018 – e chiede garanzie che un nuovo "grande patto" non venga stracciato alla prima tornata elettorale. Non a caso, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha ammesso che, sebbene si possa giungere a una soluzione per "una o due questioni" tecniche, la sfida della fiducia rimane l’ostacolo più insidioso.
Il cortocircuito della sinistra globale tra pacifismo e nucleare
C’è un paradosso, tuttavia, che attraversa il dibattito occidentale su questa crisi, un cortocircuito politico che a molti analisti è sfuggito. Mentre le cancellerie discutono di percentuali di arricchimento e sanzioni, una certa area della sinistra globale – quella che un tempo si definiva verde e radicale – si scopre improvvisamente contraria a un’azione militare preventiva contro gli ayatollah. Lo stesso fronte, ed è questo il dato curioso, che per decenni ha combattuto con ferocia qualsiasi forma di energia nucleare, persino quella civile. Oggi, quella stessa matrice culturale che sognava un mondo "zero nucleare" si trova a fare il tifo per la sopravvivenza di un programma atomico militare, purché sia in mano a Teheran. Una contraddizione che rivela quanto la geopolitica contemporanea sia ormai dominata più da logiche di schieramento identitario che da reali convinzioni di principio.
Ma al di là delle pose ideologiche, la realtà sul campo parla di un’economia del Golfo in ginocchio. Il blocco navale imposto dalla marina americana e la chiusura simultanea dello Stretto operata dai pasdaran hanno praticamente paralizzato i flussi energetici, con le petroliere ferme in rada e i prezzi del greggio in balia delle voci. I negoziati di Islamabad, mediati dal governo pakistano, rappresentano l’ultimo ricorso prima della scadenza della tregua; se falliranno, la strategia della "massima pressione" tornerebbe a tradursi in raid aerei mirati contro le infrastrutture energetiche e nucleari del Paese. Un’ipotesi, questa, che sia Tel Aviv che il Pentagono hanno già valutato nei dettagli, come dimostrano i movimenti delle portaerei nella regione.
Moscow e Pechino, la partita nascosta dietro la scrivania
In quest’angolo di mondo infuocato, lo sguardo di Mosca e Pechino non può essere ignorato, sebbene agisca spesso sottotraccia. La proposta russa, riavanzata nei giorni scorsi dal portavoce del Cremlino, di ospitare sul proprio territorio l’uranio iraniano arricchito è una mossa velenosa: se da un lato offrirebbe una soluzione tecnica al problema dello stoccaggio, dall’altro consegnerebbe a Putin una leva strategica enorme, rendendo di fatto impossibile un futuro attacco occidentale senza il via libera di Mosca. L’Occidente, consapevole del tranello, guarda con sospetto a questa ipotesi, mentre gli europei spingono affinché al tavolo siedano anche esperti di fisica nucleare, e non solo diplomati, per evitare di firmare un accordo più debole di quello del 2015.
Nel frattempo, in un silenzio quasi assordante, l’AIEA (Agenzia internazionale per l'energia atomica) è stata di fatto esclusa dai giochi. Teheran ha ridotto al lumicino le ispezioni, consentendo solo verifiche limitate agli impianti di Bushehr e di Teheran, lamentando che l’ente non abbia mai condannato i raid israeliani contro le sue strutture. Un ambiente, questo, di totale opacità che alimenta i sospetti occidentali circa la natura militare del programma. Con i missili e i droni che continuano a solcare i cieli del Medio Oriente, la domanda che i servizi segreti si pongono non è se Teheran abbia le capacità per costruire un ordigno, ma quanto tempo ci vorrà per farlo una volta che gli ispettori avranno chiuso definitivamente la valigia e preso l’aereo.




