Le carte di Islamabad: 20 miliardi per l’uranio, l’ultima offerta di Trump per chiudere il contenzioso nucleare

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La partita che si gioca sui tavoli opachi di Islamabad, e che vede contrapposte le delegazioni di Washington e Teheran, si sta concentrando su un passaggio economico preciso e, per certi versi, clamoroso. Secondo quanto riferito da Axios, che cita due funzionari statunitensi e altrettante fonti informate dei colloqui, l’amministrazione guidata da Donald Trump – il quale, vale la pena ricordarlo, siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno – sarebbe pronta a scongelare fino a 20 miliardi di dollari di fondi iraniani. La contropartita, naturalmente, è tutt’altro che simbolica: Teheran dovrebbe rinunciare definitivamente alle sue scorte di uranio arricchito, sepolte in profondità negli impianti nucleari sotterranei, per impedire che quelle riserve possano un giorno trasformarsi in un’arma.

La posta in gioco: quasi duemila chili di uranio e la soglia del 60%

La priorità assoluta per i negoziatori americani, come emerge dalle indiscrezioni raccolte dal sito americano, resta quella di neutralizzare l’accesso a quasi 2.000 chilogrammi di materiale; tra questi, i circa 450 kg arricchiti al 60% rappresentano il vero nodo della trattativa, essendo quel grado di purezza molto vicino alla soglia necessaria per l’uso bellico. A fronte di questo pericolo strategico, la risposta iraniana è stata finora cauta ma ferma: non si parla di consegnare il “polverino” atomico agli Stati Uniti, bensì di degradarlo tecnicamente sul proprio territorio, magari con la supervisione internazionale. Tuttavia, la bozza di compromesso attualmente sul tavolo – un documento di tre pagine che dovrebbe porre fine alla guerra – prospetta una soluzione mista: una parte dell’uranio altamente arricchito verrebbe trasferita in un paese terzo, mentre il resto verrebbe diluito in loco sotto il controllo degli ispettori.

Le distanze sullo stop all’arricchimento e il ruolo del Pakistan

Non solo lo stoccaggio, ma anche il futuro dell’arricchimento divide i due fronti. Gli Stati Uniti spingono per una moratoria volontaria di vent’anni sulle attività di arricchimento, mentre la delegazione iraniana avrebbe proposto una sospensione molto più breve, fermandosi a cinque anni. C’è poi la questione delle infrastrutture: Teheran potrebbe continuare a gestire reattori per la ricerca medica, purché questi siano spostati in superficie, abbandonando definitivamente i siti sotterranei. In tutto questo tira e molla diplomatico, il Pakistan si è ritagliato un ruolo di mediatore centrale: fonti confermano che il prossimo round – probabilmente già in programma per domenica – si terrà nuovamente a Islamabad, dove le due parti proveranno a limare le divergenze prima della scadenza della tregua fissata per il 22 aprile.

L’ombra del blocco navale e la fragilità della tregua

La finestra di opportunità per siglare l’intesa, però, è stretta e minata dalla persistente conflittualità sulle rotte marittime. Solo pochi giorni fa, dopo il fallimento del primo round di trattative dirette, Washington aveva ripristinato un blocco navale nei pressi dei porti iraniani, una mossa che Teheran ha prontamente definito “un atto di guerra”. Sebbene lo Stretto di Hormuz sia stato riaperto al traffico mercantile – un gesto di distensione che il tycoon ha commentato con un secco “grazie” – il clima resta incandescente. Da un lato, Trump si è detto certo che un accordo arriverà “in uno o due giorni”; dall’altro, funzionari iraniani hanno ribadito che senza la rimozione totale delle sanzioni e garanzie scritte, per loro il dossier resterà un rebus irrisolto.

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