L’Iran non cede sul nucleare e Trump ordina il blocco navale a Hormuz: falliti i colloqui di pace a Islamabad
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Redazione Esteri
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La finestra di tregua, fragile come il vetro soffiato di un antico bazar, si è richiusa prima ancora che potesse trasformarsi in una porta verso la pace. Dopo oltre ventuno ore di maratona diplomatica nella capitale pakistana, i rappresentanti degli Stati Uniti e della Repubblica Islamica hanno dovuto prendere atto di un fallimento tanto annunciato quanto pericoloso, visto che l’alternativa è il prosieguo di un conflitto che ha già ridisegnato gli equilibri del Medio Oriente. Il nodo, scartato il guscio delle mediazioni offerte da Islamabad, è sempre lo stesso: il programma nucleare iraniano e la sua opaca ambizione, che l’amministrazione Trump considera una minaccia esistenziale non negoziabile. Da qui la reazione a caldo del presidente, che ha ordinato alla Marina militare di procedere immediatamente con un blocco navale nello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui passa gran parte del petrolio mondiale.
Il muro contro muro di Islamabad
Le speranze di una distensione, alimentate dalla volontà di entrambe le parti di sedersi allo stesso tavolo dopo anni di ostilità frontali, si sono infrante contro l’intransigenza di posizioni che appaiono oggi inconciliabili. Il vicepresidente americano Jd Vance, che ha guidato la delegazione statunitense insieme all’inviato speciale Steve Witkoff, ha lasciato il Pakistan nella notte con un verdetto secco: “Abbiamo bisogno di un impegno affermativo che loro non cercheranno un’arma nucleare, né gli strumenti per ottenerla rapidamente, ma questo impegno non è arrivato”. Vance ha parlato di “offerta finale e migliore possibile”, sottolineando come gli Stati Uniti si siano dimostrati “piuttosto flessibili” senza però riuscire a compiere progressi sostanziali.
Dall’altra parte della barricata, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf – un veterano dei Pasdaran – ha ribaltato la narrazione, affermando che tocca ora a Washington decidere se “guadagnarsi la nostra fiducia”. Teheran respinge al mittente le accuse di volere la bomba, rivendicando il diritto inalienabile all’energia nucleare per scopi civili, ma rifiuta di congelare un arricchimento dell’uranio che gli esperti internazionali definiscono ormai a un passo dal grado bellico.
Il braccio di ferro sullo Stretto di Hormuz
Se il nucleare rappresenta la questione di principio, lo Stretto di Hormuz è il terreno della prova di forza immediata. La decisione di Trump, comunicata con un post su Truth Social, è di una chiarezza brutale: blocco navale a tutte le navi che cercano di entrare o uscire dalle acque territoriali sotto il controllo iraniano. L’obiettivo dichiarato è interrompere il sistema di “pedaggio illegale” che Teheran avrebbe imposto alle petroliere, una fonte di reddito vitale per l’economia di guerra della Repubblica Islamica. “Ho ordinato alla nostra Marina di intercettare ogni nave che ha pagato un dazio all’Iran. Nessuno che paga un pedaggio illegale avrà passaggio sicuro in alto mare”, ha tuonato il presidente, aggiungendo che chiunque apra il fuoco contro unità americane verrà “fatto saltare in aria”.
Questa mossa, che trasforma di fatto lo specchio d’acqua in una zona di guerra, è la risposta al fallimento dei negoziati, dove secondo fonti vicine ai colloqui si era discusso persino di un piano in quindici punti per lo smantellamento delle infrastrutture atomiche. Le controparti hanno scambiato accuse reciproche: mentre Washington parla di “richieste irragionevoli” e di una popolazione “instabile e imprevedibile” a cui non affidare l’atomo, Teheran avverte che chiuderà lo Stretto in un “vortice mortale” se spinta all’angolo.
Le reazioni sul fronte interno e il ruolo dei mediatori
Il fallimento di Islamabad lascia in bilico il cessate il fuoco di due settimane, in scadenza il 22 aprile, e riapre scenari di escalation militare che il governo italiano, attraverso le parole di esponenti dell’opposizione, ha stigmatizzato come una gestione fallimentare delle relazioni internazionali in un momento di guerra globale. Nel frattempo, i mediatori pakistani tentano di tenere aperto un canale, auspicando che le parti mantengano l’impegno alla tregua anche in assenza di un accordo quadro.
Per l’Iran, il controllo di Hormuz è l’unica leva strategica che bilancia la schiacciante superiorità aerea e navale americana. Per Trump, che ha ereditato una situazione di stallo ereditata dalle precedenti amministrazioni ma inasprita dall’alleanza con Israele, permettere a Teheran di mantenere una capacità nucleare soglia è un’opzione inaccettabile. I negoziati potrebbero riprendere a livello tecnico, come lasciano intendere alcune dichiarazioni ottimistiche provenienti da entrambe le capitali, ma il tempo della diplomazia sembra essersi esaurito davanti alla concretezza delle operazioni belliche navali già in fase di dispiegamento nel Golfo Persico.




