La mossa a sorpresa di Trump a Hormuz mentre i delegati parlano a Islamabad
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Redazione Esteri
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Mentre i riflettori sono puntati sui tavoli dei negoziati a Islamabad, dove Stati Uniti e Iran tentano di consolidare quella tregua che ha interrotto un conflitto devastante, Donald Trump – che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno – ha deciso di alzare vertiginosamente la posta in gioco. La sua ultima mossa, a dir poco dirompente, riguarda lo Stretto di Hormuz: quel passaggio cruciale, che di fatto era stato preso in ostaggio da Teheran nelle ultime settimane, è ora teatro di un’operazione a sorpresa della marina americana. Due cacciatorpediniere, lo si legge nei comunicati del Centcom, hanno iniziato a solcare quelle acque minate per avviare un’operazione di sminamento, sfidando apertamente la volontà iraniana di mantenere il blocco.
La partita a tre tra diplomazia e forza militare
È una dinamica paradossale quella che si osserva in queste ore, se si considera che il braccio di mare in questione è vitale per il 20% del commercio mondiale del petrolio – un flusso vitale che, ostruito, sta già facendo impennare il prezzo del greggio e dei carburanti un po’ ovunque, Italia compresa. Da una parte, la diplomazia tesse le sue trame nella capitale pakistana, con le delegazioni che discutono faccia a faccia di pace e sicurezza regionale. Dall’altra, il presidente americano ha preferito agire sul campo, rivendicando con un post sul suo social network la volontà di “fare un favore a quei paesi – Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia, Germania – che non hanno il coraggio di fare questo lavoro da soli”. Una dichiarazione, questa, che getta una luce cruda sulla sfiducia di Trump nei confronti degli alleati tradizionali, i quali – a suo dire – non avrebbero né la forza né la volontà di intervenire per rimuovere le mine disseminate dalla Repubblica islamica.
La narrazione parallela e la difficile quadratura del cerchio
Le informazioni, va detto, arrivano in maniera frammentaria e spesso contraddittoria, creando una nebbia fitta attorno agli eventi reali. Se da un lato il Comando centrale americano conferma l’attraversamento dello Stretto da parte dei cacciatorpediniere USS Frank E. Peterson e USS Michael Murphy, dall’altro Teheran smentisce categoricamente, sostenendo che le navi abbiano fatto dietrofront dopo essere state avvertite da una unità iraniana. In attesa che il filo degli eventi si dipani con maggiore chiarezza, ciò che appare certo è l’intenzione americana di non subire passivamente il ricatto energetico: Trump ha parlato di “attrezzature per lo sminamento sofisticate” e di un’operazione necessaria per ristabilire la libertà di navigazione. Per comprendere la complessità della situazione, vale la pena ricordare le parole di Lucio Caracciolo, direttore di Limes, il quale ha più volte chiarito che lo Stretto non appartiene in senso esclusivo all’Iran – pur essendo delimitato dalle sue acque territoriali – ma è piuttosto un corridoio internazionale, la cui gestione è regolata da passaggi obbligati e dove anche l’Oman gioca un ruolo di primo piano sull’altra sponda.
La “coalizione dei volenterosi” e le rotte alternative
In questo scenario di tensione massima, l’Europa cerca di ritagliarsi un ruolo, sebbene con estrema difficoltà. La nuova “coalizione dei volenterosi”, formatasi nelle scorse settimane, sta mettendo a punto un piano per provare a stabilizzare la navigazione a Hormuz, magari coinvolgendo anche altre aree del mondo come l’India, ma i segnali che arrivano sono contrastanti. La verità è che il blocco imposto dall’Iran ha già prodotto effetti tangibili sull’economia globale, e la mossa unilaterale di Trump rischia di aprire un nuovo fronte di crisi proprio mentre i colloqui di pace sembravano avviati verso una fase costruttiva. Resta da capire, osservando i dati di tracciamento del traffico marino nel Golfo Persico, se le navi americane transiteranno davvero o se si limiteranno a una dimostrazione di forza tattica. Quel che è certo è che il destino dello Stretto, e con esso quello di una parte significativa dell’economia mondiale, si gioca in queste ore tra le dichiarazioni roboanti di Trump, le smentite di Teheran e il silenzio carico di attesa delle cancellerie internazionali.




