La strana tregua tra Usa e Iran passa per Islamabad e il “feldmaresciallo preferito” da Trump
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Redazione Esteri
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Sembrava l’ennesima tattica TACO del presidente americano, quella formula ormai collaudata che alterna la minaccia totale a una proroga dell’ultimo minuto, eppure dietro l’annuncio di un cessate il fuoco di due settimane tra Washington e Teheran – per quanto fragile e temporaneo – si muovono attori geopolitici inaspettati. Non è stata la Nato a sedersi al tavolo, né l’Onu, e neppure la sola Cina, sebbene Pechino abbia esercitato il suo silenzioso peso diplomatico nelle retrovie. L’artefice principale di questa bizzarra pausa nei bombardamenti – che ha consentito la riapertura dello Stretto di Hormuz e una tregua dopo oltre un mese di operazioni militari statunitensi e israeliane – sarebbe invece il Pakistan, o più precisamente la sua figura militare più influente: il feldmaresciallo Syed Asim Munir Ahmed Shah. Una piccola gaffe social del premier Shehbaz Sharif ha però subito gettato ombre sulla reale autonomia di questa regia, quando questi ha pubblicato e rapidamente corretto un messaggio ufficiale che recava la dicitura “Draft – Pakistan PM message”, un incidente che ha alimentato i sospetti su una dirigenza forse poco abituata a muoversi in autonomia sui palcoscenici della grande diplomazia.
Un mediatore "improbabile" con il pugno duro di Trump
A portare avanti i colloqui, come ricostruito dalla Bbc e da fonti citate dal New York Times, è stata una “cerchia molto ristretta” legata all’esercito pakistano, quella stessa cerchia che ha visto il feldmaresciallo Munir – promosso al massimo grado militare del Paese dopo oltre sessant’anni e descritto come il “feldmaresciallo preferito” da Trump – dialogare direttamente con il presidente americano e con i vertici iraniani. La tregua, che ha sorpreso molti osservatori proprio per la sua tempistica (arrivata quando ormai il tempo della diplomazia sembrava esaurito), è il frutto di settimane di messaggi veicolati attraverso Islamabad. A spingere verso l’accordo non sarebbe stato solo il Pakistan, ma anche una decisa “zampino” cinese: Pechino, preoccupata per i flussi petroliferi e la stabilità regionale, avrebbe esercitato forti pressioni sulla Guida Suprema Mojtaba Khamenei – subentrato dopo la morte del predecessore – affinché mostrasse flessibilità. Se da un lato l’amministrazione Trump si è detta pronta a sospendere i raid, dall’altro non ha nascosto la natura condizionale della pausa: l’Iran doveva immediatamente garantire la navigazione sicura nello Stretto di Hormuz, uno snodo vitale per l’economia globale che era stato di fatto chiuso o militarizzato da Teheran nelle settimane precedenti.
La fragilità della tregua e la mano pesante di Israele
Nonostante l’ottimismo di facciata, la tregua mostra crepe evidenti che ne rivelano la natura effimera. Il premier Sharif aveva parlato di un cessate il fuoco “ovunque, anche in Libano”, ma una nota ufficiale dell’ufficio del primo ministro israeliano ha subito precisato che lo stop ai combattimenti non include il fronte libanese, dove le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno confermato la continuazione delle operazioni di terra mirate contro Hezbollah, lo storico alleato degli ayatollah. Questo distinguo, non secondario, dimostra quanto il conflitto sia ancora lontano da una risoluzione strutturale. La mediazione pakistana, per quanto applaudita da Trump su Truth Social (dove ha definito i colloqui “MOLTO BUONI E PRODUTTIVI”), resta dunque appesa a un filo sottilissimo, complicata dalla diffidenza reciproca e dagli interessi contrastanti degli attori in campo.
I legami profondi tra Islamabad, il Pentagono e il nucleare iraniano
Il ruolo di mediatore del Pakistan non è casuale ma affonda le radici in una geografia complessa e in relazioni ambivalenti: Islamabad confina con l’Iran per oltre novecento chilometri, ospita una delle più grandi popolazioni sciite al di fuori della Repubblica islamica e, paradossalmente, vanta legami storici profondi con il Pentagono. Sono proprio queste doppie esposizioni – la paura di un collasso dello Stato iraniano e il timore di una crisi umanitaria ed economica ai propri confini – ad aver spinto il feldmaresciallo Munir a giocare la carta del mediatore. Nei giorni più caldi del conflitto, i militari pakistani non hanno esitato a condannare gli attacchi contro le infrastrutture energetiche saudite, definendoli un’“escalation non necessaria”, un segnale chiaro inviato a Teheran perché moderasse le proprie rappresaglie. Così, mentre Washington e Teherana si preparano a un primo storico faccia a faccia a Islamabad venerdì (con delegazioni guidate rispettivamente da JD Vance e dal presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf), l’unica certezza è che la macchina da guerra si è fermata, ma solo per due settimane, e che il suo riavvio dipende ora dalla capacità di queste potenze di trasformare una tattica dilatoria in un vero accordo.




