Islamabad, la tregua regge ma i negoziati Usa-Iran partono in salita tra minacce e una richiesta a sorpresa
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Redazione Esteri
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La tregua di quattordici giorni, quella che dal 9 aprile tiene lontane le bombe da una guerra che sembrava non avere fine, resiste. Non poggia però su fondamenta solide, a giudicare dalle dichiarazioni che arrivano sia da Teheran che da Washington. A Islamabad, dove oggi si sono aperti i colloqui, l’aria è quella dei grandi giorni di tensione internazionale: la città è blindata, con la “zona rossa” presidiata da militari e il celebre Serena Hotel trasformato in una fortezza per ospitare le delegazioni. Il feldmaresciallo Asim Munir, l’uomo che di fatto tiene le redini del Paese e che ha saputo conquistare la simpatia di Donald Trump, ha messo in campo misure di sicurezza straordinarie; non si tratta solo di una messa in scena per gonfiare il petto del governo pachistano, ma della conferma tangibile di quanto il Pakistan – che pure brucia di violenza politica interna – sia un mediatore necessario, se non indispensabile.
A rendere il quadro ancora più complesso, nel bel mezzo delle prime battute del negoziato, è intervenuta una mossa a sorpresa della delegazione iraniana. Teheran, guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, ha messo sul tavolo una richiesta inaspettata riguardante quelli che definisce generici “asset bloccati”, senza specificare se si tratti di riserve finanziarie congelate all’estero o di fondi legati al commercio petrolifero. Dal canto suo, Donald Trump, che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno e che ha fatto della fermezza contro la Repubblica Islamica un cavallo di battaglia, ha risposto con la consueta durezza: ha ribadito il suo “no secco” all’ipotesi di pedaggi nel Canale di Hormuz, che considera acque internazionali a tutti gli effetti. “Lo Stretto lo apriremo con o senza di loro – ha avvertito il presidente –. Se gli iraniani pensano di poterci prendere in giro, troveranno una squadra negoziale poco ricettiva”. Le parole di Trump, che ha augurato “buona fortuna” al suo vice JD Vance alla guida della delegazione americana (insieme a Steve Witkoff e Jared Kushner), suonano come un avvertimento a non perdere tempo.
Il fronte libanese e la questione Hormuz
Mentre a Islamabad i diplomatici tentano di districare la matassa, a scaldare ulteriormente il clima ci pensano le dichiarzioni dei leader regionali. Benjamin Netanyahu ha detto di voler avviare negoziati diretti con il Libano “il prima possibile”, specificando che l’obiettivo è il disarmo di Hezbollah e la normalizzazione delle relazioni. Un messaggio, questo, che Teheran ha letto come una provocazione, tanto più che la tregua in vigore – secondo l’interpretazione iraniana e pachistana – dovrebbe valere anche sul fronte libanese. E qui arriva il punto dolente. Il nuovo leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei, apparso in pubblico a quaranta giorni dalla morte del padre Ali (a cui è succeduto alla guida del Paese), ha voluto lanciare un messaggio chiarissimo: “Hormuz sarà sotto il nostro controllo”. Non solo: Khamenei ha giurato che lo Stretto entrerà in “una nuova fase” di gestione, mentre fonti ufficiali parlano di ordigni piazzati dai pasdaran nelle acque, pronti a essere attivati se i colloqui fallissero.
La prima petroliera non battente bandiera iraniana ha comunque attraversato lo Stretto diretta in India, un segnale che il regime vuole mostrare la propria capacità di influenzare i flussi energetici globali. Trump, dal canto suo, ha ribadito che gli Stati Uniti non tollereranno pedaggi: “L’Iran farebbe meglio a smetterla subito se sta pensando di farlo”. È una partita a scacchi ad altissima posta, dove ogni mossa diplomatica viene immediatamente seguita da una contromossa militare o retorica.
Una città blindata per uno storico incontro
Il Pakistan, che pure si presenta al mondo come “luogo di pace”, in queste ore è una polveriera sotto scorta. Islamabad è blindata, con check point a ogni incrocio e strade desertificate a causa del ponte festivo dichiarato dalle autorità. Il contrasto è stridente: da una parte i manifesti con la scritta “Islamabad Talks” e l’orgoglio di un governo che ospita i protagonisti della geopolitica mondiale, dall’altra la consapevolezza che il Paese brucia di violenza politica e terrorismo. Shehbaz Sharif, primo ministro dal 2024 (e già in carica nel 2022), fa buon viso a cattivo gioco, ma è chiaro che a comandare sia l’esercito. Ghalibaf, capo negoziatore di Teheran, non ha usato mezzi termini: “Non ci fidiamo degli Stati Uniti”, ha dichiarato all’arrivo, sintetizzando in poche parole il clima di sospetto che avvolge il tavolo. Nonostante la tregua regga, e nonostante la volontà di entrambe le parti di evitare un’escalation letale, la strada verso un accordo appare ancora lunghissima e disseminata di mine, sia quelle retoriche che quelle – purtroppo – reali, disseminate nelle acque dello Stretto.




