Vance a Islamabad per trattare con l’Iran, mentre la tregua regge (ma solo sulla carta)

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Per trentanove lunghi giorni – un’eternità nella politica accelerata dell’era Trump – JD Vance ha ingoiato il boccone amaro, restandosene lontano dai riflettori ad aspettare che la bufera passasse. E la bufera, per un vicepresidente che aveva definito “disastroso” un intervento in Iran, era rappresentata proprio da quella guerra che ora, almeno ufficialmente, è entrata in una fase di pausa. Al momento, per lui, è arrivata solo una schiarita; eppure, è l’occasione per uscire dal cono d’ombra nel quale l’operazione “Epic Fury” lo aveva ricacciato – e nel quale si era di fatto auto-esiliato – per tornare sulla scena alla guida della delegazione americana che a Islamabad tenterà di trasformare un cessate il fuoco traballante in un accordo duraturo.

La sfida politica di un falco riluttante

La scelta del presidente Trump di mettere Vance al timone dei colloqui non è certo casuale, se si considera il peso specifico dell’elettorato che il tycoon corteggia. Secondo ricostruzioni della stampa americana, il vicepresidente sarebbe stato l’unico, all’interno del ristretto gabinetto di guerra, ad aver espresso un netto scetticismo nei confronti dell’operazione militare, temendo una “catastrofe” in grado di lacerare la base elettorale MAGA e generare un caos regionale senza fine. Per 39 giorni ha assistito in silenzio mentre altri – come l’emissario Steve Witkoff o lo stesso genero Jared Kushner – raccoglievano i frutti della scena pubblica; ora, nella città pakistana blindata dai militari tra zone rosse e cecchini, tocca a lui giocare la partita decisiva. La posta in gioco è altissima: se l’intesa reggerà, Vance potrà presentarsi come l’artefice della pace che aveva saggiamente previsto i rischi; se fallirà, il fallimento graverebbe doppiamente su chi quella guerra l’aveva giudicata un errore di partenza.

Il nodo di Hormuz e le posizioni distanti

Il tavolo di Islamabad, allestito nelle suite di lusso del Serena Hotel, poggia su fondamenta di sabbia. Da un lato, Teheran ha presentato un piano in dieci punti che chiede la rimozione totale delle sanzioni, il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio e, particolare non secondario, la fine delle ostilità anche sul fronte libanese – condizione quest’ultima che Netanyahu, con il sostegno di Washington, ha categoricamente escluso. Dall’altro, la controparte americana risponde con un programma in quindici punti che impone lo smantellamento del programma missilistico iraniano e la smilitarizzazione dello Stretto di Hormuz, vitale per i flussi petroliferi globali. È su quest’ultimo punto che si gioca la vera partita: gli Stati Uniti chiedono un transito libero e incondizionato, mentre i rappresentanti della Repubblica Islamica intendono mantenere una sorta di “pedaggio” politico (se non economico) sul canale, trasformando la riapertura in una leva negoziale.

L’ombra lunga del conflitto e la diplomazia parallela

La tregua, mediata dal Pakistan, tiene per ora – ogni ora che passa, però, si fa più fragile – ma esclude esplicitamente il Libano, dove l’esercito israeliano ha intensificato le operazioni contro Hezbollah. Una distinzione, quella tra i due fronti, che Teheran rifiuta e che rischia di far saltare il tavolo ancor prima dell’inizio. I negoziatori, tra cui spiccano i nomi di Witkoff e Kushner per gli Stati Uniti e il presidente del parlamento Qalibaf per l’Iran, si trovano quindi a dover districare una matassa fatta di richieste inconciliabili: da una parte la richiesta israeliana di libertà d’azione nel nord, dall’altra la controffensiva diplomatica iraniana che vuole ricostruire un’immagine di potenza regionale non sconfitta. Se Trump ha definito la proposta iraniana una “base” di partenza, i dettagli trapelati mostrano che il divario tra le due visioni è ancora un abisso.

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