Il “mezzano” Asim Munir, il feldmaresciallo pakistano che ha fermato Trump
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Redazione Esteri
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Chi l’avrebbe mai detto, in un’arena diplomatica intasata dalle consuete liturgie delle Nazioni Unite e dalle spinte contrapposte delle capitali europee, che il volto più in vista di questa fragile tregua tra Washington e Teheran sarebbe stato un feldmaresciallo pakistano? Eppure è proprio Syed Asim Munir Ahmed Sha – figura chiave di Islamabad – a emergere dai retroscena di queste ore, lui che con la sua divisa da capo dell’esercito ha messo il naso in un conflitto dove i bombardamenti americani e israeliani martellavano le postazioni iraniane da più di un mese, senza che Teheran rinunciasse a replicare prendendo di mira obiettivi nei Paesi del Golfo. L’accordo, una tregua di due settimane condizionata alla riapertura dello Stretto di Hormuz, è stato annunciato martedì sera: non l’ha voluta la Nato, né l’Onu, e neppure la sola Cina (sebbene i cinesi abbiano dato il loro zampino in sordina). A spingerla, almeno per questo lasso di tempo, è stato Munir, un mediatore che molti osservatori definivano “improbabile” prima di assistere alla sequela di messaggi passati da Islamabad.
Una tregua targata TACO e il silenzio degli alleati tradizionali
La tregua appare bizzarra, certo, perché assomiglia in modo inquietante all’ennesima tattica TACO del presidente Trump: minaccia totale, poi proroga, poi si vedrà. Un copione già visto, ma questa volta a fare da tramite non è un diplomatico di carriera né un inviato europeo, bensì il Pakistan, un paese dai legami ambigui con il Pentagono e, allo stesso tempo, custode di un programma atomico che tiene svegli gli ayatollah. La Bbc ha ricostruito come, nelle ore antecedenti l’annuncio, si siano colti piccoli segnali di speranza proprio da Islamabad; una fonte ha raccontato alla rete britannica di colloqui che procedevano a “ritmo sostenuto”, con i pakistani che trasmettevano posizioni e controproposte tra i due nemici giurati. Turca, Egitto e gli altri attori regionali si sono limitati a partecipare al coro, senza però incidere sulla sostanza.
La gaffe del premier Shehbaz Sharif e i dubbi sulla tenuta di Islamabad
Una piccola, rivelatrice gaffe aiuta a comprendere le fragilità di questa mediazione. Questa mattina il primo ministro Shehbaz Sharif ha postato in rete un messaggio ufficiale che iniziava con la dicitura «Draft – Pakistan PM message»: un testo che sembrava dettato dall’esterno, quasi una bozza grezza da copiare. La domanda, a questo punto, è lecita: veniva dagli Stati Uniti? Il post è stato corretto dopo pochi minuti, il “Draft” è sparito, ma il dubbio è rimasto appiccicato alla notizia come una macchia d’olio. Certo, non aiuta a dissipare l’impressione di una dirigenza pakistana poco solida, forse non all’altezza di una partita diplomatica che per adesso è soltanto all’inizio di un lungo cammino carico d’incognite. Tuttavia, senza quella mano tesa da Rawalpindi (dove Munir esercita la sua influenza), la tregua non ci sarebbe. O almeno, così dicono i fatti.
I dettagli dell’accordo e il ruolo futuro della capitale pakistana
Washington e Teherano hanno concordato una sospensione delle ostilità di quattordici giorni, a condizione che lo Stretto di Hormuz venga riaperto al traffico mercantile e militare. Da venerdì – secondo quanto riferito dal governo iraniano – i dettagli tecnici dell’intesa verranno discussi proprio a Islamabad, nella capitale del “Paese dei puri”. Che Munir riesca a trasformare questa parentesi in qualcosa di più stabile, nessuno può dirlo. Quel che è certo è che, per ora, il feldmaresciallo ha fermato Trump e i suoi generali, costringendoli a un tavolo che fino a un mese fa sembrava fantascienza. Il resto, per adesso, è solo attesa.




