Il generale Asim Munir e la partita nascosta per il Medioriente

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il fragore delle esplosioni e le manovre delle portaerei, in questi giorni di nuova escalation tra Israele e l’asse guidato dall’Iran, rischiano spesso di oscurare il lavoro silenzioso che si svolge nei palazzi del potere meno appariscenti. Eppure, mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla Striscia di Gaza o sul Mar Rosso, dove gli Houthi hanno recentemente rivendicato un attacco missilistico contro Israele – mettendo a dura prova i sistemi di difesa statunitensi e israeliani – esiste una capitale che sta cercando di ricucire uno strappo che sembra ormai insanabile: Islamabad. Al centro di questa fitta rete diplomatica, lontano dai riflettori delle conferenze stampa ma con una presa salda sulla realtà sul campo, c’è il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir. La sua figura, quella di un generalissimo che unisce al comando militare una spiccata capacità di mediazione, è emersa come il fulcro di una trattativa delicatissima tra Washington e Teheran, due capitali legate da una rivalità storica che negli ultimi mesi ha rischiato più volte di trasformarsi in un conflitto aperto.

Il vertice di Islamabad e la pressione militare sul campo

La strategia messa in campo da Munir non si basa su dichiarazioni altisonanti, ma su una combinazione di influenza regionale consolidata e relazioni personali coltivate negli anni. È in questo contesto che si inserisce la recente iniziativa congiunta con la Cina, un asse diplomatico che ha prodotto un piano in cinque punti per la regione del Golfo e del Medio Oriente. L’iniziativa, presentata dopo i colloqui tra il ministro cinese degli Esteri, Wang Yi, e il vice primo ministro pakistano, Mohammad Ishaq Dar, è stata descritta dalla portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Mao Ning, come un progetto “aperto a tutti”, un invito rivolto a qualsiasi Paese o organizzazione internazionale che voglia contribuire a spegnere un incendio le cui fiamme continuano ad alimentarsi. Sullo sfondo, infatti, la componente militare della crisi non accenna a placarsi: mentre i diplomatici tentano di costruire ponti, un contingente di marinai e marines a bordo della USS Tripoli è stato dispiegato nell’area, alimentando le ipotesi su una possibile operazione di terra che potrebbe cambiare le sorti del conflitto.

Le crepe nell’asse di Teheran e il caos a Baghdad

La situazione, tuttavia, è lungi dall’essere lineare e si complica ulteriormente con eventi che sfuggono al controllo delle cancellerie. Da un lato, il Capo di Stato Maggiore dell’Idf israeliana, Eyal Zamir, ha espresso la convinzione che “l’asse del terrore del regime iraniano stia iniziando a crollare”, un’analisi che suggerirebbe una possibile fragilità interna al fronte degli avversari di Gerusalemme. Dall’altro lato, però, la realtà degli scontri sul campo racconta di un conflitto che, lungi dal concludersi, continua a innalzare il proprio livello di intensità. Gli attacchi si susseguono con ritmo serrato, le repliche sono fulminee e il caos sembra essere diventato l’unica costante di una regione in cui il dialogo costruttivo arranca. A complicare ulteriormente il quadro, aggiungendo un elemento di tensione sul piano della sicurezza personale, è arrivata ieri la notizia del rapimento di una giornalista americana a Baghdad – una professionista che collabora anche con testate italiane – prontamente liberata, ma il cui sequestro ha messo in luce quanto sia labile il confine tra ordine e disordine in territori dove le trattative faticano a tradursi in stabilità concreta.

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