La risposta “esaustiva” di Teheran passa da Islamabad: il generale Munir fa da tramite nella crisi con Washington
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Redazione Esteri
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Nella notte, tra i salotti della diplomazia pakistana che da settimane ospitano i tentativi di arginare la tensione nello Stretto di Hormuz, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha consegnato al capo dell’esercito pachistano, Asim Munir, quella che i media di stato della Repubblica islamica hanno definito una proposta “esaustiva”. Un aggettivo, quest’ultimo, che non lascia spazio a interpretazioni parziali: il documento, spiegano le stesse fonti, rifletterebbe tutte le considerazioni strategiche, politiche e di sicurezza che Teheran ha maturato dopo anni di confronto indiretto con gli Stati Uniti. L’incontro, avvenuto a Islamabad e documentato dall’account ufficiale del governo iraniano su X, non ha previsto alcuna forma di contatto diretto tra i diplomatici di Araghchi e la delegazione americana, a ulteriore conferma di un canale di comunicazione che resta affidato a un terzo attore regionale.
Il mediatore che ha già fermato il conto alla rovescia
Il generale Munir, che insieme al primo ministro Shehbaz Sharif ha assunto un ruolo centrale nelle mediazioni tra Washington e Teheran, non è certo un nuovo venuto a questo tipo di esercizi. Già in passato, lo stesso ufficiale aveva proposto una tregua di due settimane – prontamente accettata da entrambe le parti – per scongiurare un’escalation militare che molti davano per imminente. È stato lui, inoltre, a ospitare i negoziati volti a ripristinare la sicurezza nel Golfo, dove la marina americana mantiene un blocco navale che, stando agli ultimi rapporti, ha già fermato 29 navi sospettate di violare le sanzioni o di trasportare carichi verso l’Iran. La consegna della “risposta iraniana” a Munier rappresenta quindi un passaggio obbligato, prima che si possa aprire un nuovo round di colloqui sempre nella capitale pachistana.
Nessuna illusione sulla distensione, solo fatti sul tavolo
L’approccio di Teheran, trasmesso per intero al generale Munir perché lo inoltri alla controparte statunitense, non contiene cedimenti retorici: la si descrive come completa e capace di tenere conto di ogni singola variabile in gioco, dalle rotte petrolifere alla presenza di basi militari nella regione. Araghchi, nel corso del colloquio, si è limitato a consegnare il documento senza aggiungere dichiarazioni pubbliche di sorta, lasciando al solo canale pakistano il compito di gestire i tempi e le modalità del successivo scambio. D’altra parte, gli Stati Uniti – che da oltre un anno vedono Trump tornato alla Casa Bianca – non hanno modificato la loro postura navale, né allentato le ispezioni in mare. Il blocco prosegue, e le 29 navi fermate rappresentano un dato che pesa su ogni tentativo di abbassare la tensione.
Un altro voto, un’altra guerra dimenticata
Mentre i riflettori dei negoziati puntano su Islamabad, sabato prossimo quasi un milione e mezzo di palestinesi della Cisgiordania occupata e settantamila residenti nell’area di Deir el-Balah, nella Striscia di Gaza, torneranno alle urne per le elezioni municipali. È il primo voto dal conflitto più recente nella Striscia, un appuntamento che la Commissione Elettorale Centrale di Ramallah ha organizzato in mezzo a un campo politico ridotto all’osso e a una disillusione diffusa tra la popolazione. Nessuna grande coalizione né liste nazionali: i cittadini potranno scegliere solo amministratori locali, in un quadro che della ricostruzione politica conserva ben poco. Le schede, comunque, verranno depositate in seggi allestiti sia in Cisgiordania sia in quella porzione di Gaza che ancora resiste ai bombardamenti e alle infrastrutture distrutte, quasi a voler ricordare che anche la democrazia, laddove sopravvive, si fa faticosamente locale.




