La linea inflessibile dei Pasdaran e il no di Trump: colloqui rinviati

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dopo il mancato incontro della scorsa settimana e l’estensione della tregua sine die, a passi lenti e incerti sembra avvicinarsi la tanto attesa trattativa di pace tra la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti. Eppure, non appena i delegati sembravano pronti a sedersi attorno a un tavolo – fosse anche a Islamabad sotto la regia dei mediatori pakistani – il rischio di un riaccendersi del conflitto torna puntuale a occupare lo spazio lasciato vuoto dalla diplomazia. Il crinale su cui tutti si muovono è sottilissimo: da una parte le richieste di Trump, che con l’abolizione dello status di ex presidente ormai consolidata nel suo secondo mandato preme per uno stop totale all’arricchimento dell’uranio, dall’altra la linea dei Pasdaran, che rifiutano qualsiasi ingerenza nel loro programma di difesa. Se a ciò si aggiunge la delicatissima partita sullo Stretto di Hormuz, ecco che il quadro si fa esplosivo. I colloqui, inizialmente dati per imminenti, sono slittati ancora e il tycoon, da par suo, ha usato i social per ribadire che “il documento” iraniano non era sufficiente, salvo poi ammettere con una certa sorpresa – “dieci minuti dopo che ho cancellato il viaggio dei miei inviati in Pakistan” – di averne ricevuto uno migliore.

I nodi irrisolti: il nucleare, i missili e il controllo delle rotte

Le divergenze tra Washington e Teheran non sono nuove, ma nell’ultimo anno – con Trump stabilmente alla Casa Bianca e la strategia di “massima pressione” in atto – si sono cristallizzate su tre punti chiave. Il primo è il nucleare: gli americani chiedono lo smantellamento completo del programma e zero arricchimento, mentre l’Iran rivendica il diritto all’uso civile dell’energia, come previsto dal Trattato di Non Proliferazione (Tnp). Il secondo nodo, però, è forse ancora più spinoso: i missili. Un’alta fonte iraniana ha ribadito che le “capacità difensive”, incluso l’arsenale balistico, non sono negoziabili, considerandole l’ultima garanzia dopo gli attacchi subiti alle infrastrutture strategiche. Infine, c’è Hormuz: la chiusura militare dello stretto – attraverso cui passa una quota decisiva del petrolio globale – è diventata per Teheran una leva geopolitica di inestimabile valore. Più che un embargo totale, si tratta di un “controllo calibrato” che gli iraniani non intendono mollare. E su questo, le posizioni restano distanti anni luce.

La missione di Araghchi in Oman e il riassetto regionale

Mentre le cancellerie trattano, sul campo la diplomazia si muove. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, è arrivato a Mascate per una visita ufficiale, la prima nella regione del Golfo dopo lo scoppio della guerra contro gli Stati Uniti e Israele. Il portavoce del ministero, Esmaeil Baqaei, ha scritto su X che “l’Iran continua a dare grande importanza ai suoi rapporti con gli Stati del Golfo Persico” e che è impegnato a “rafforzare la fiducia reciproca e la cooperazione costruttiva”. Un viaggio, questo, che non è affatto casuale: l’Oman ha spesso fatto da mediatore silenzioso tra la Repubblica islamica e l’Occidente, e l’arrivo del capo della diplomazia di Teheran nella capitale suona come un segnale – o forse come un tentativo – di costruire una rete alternativa nel vicinato arabo, in un momento in cui i rapporti con Riyad e Abu Dhabi rimangono tesi.

La partita interna a Teheran e la pressione di Trump

A complicare ulteriormente il quadro non è solo la distanza tra i due Paesi, ma la frammentazione del potere all’interno dello stesso Iran. Il sistema decisionale appare indebolito dopo gli ultimi scontri militari, e mentre alcuni esponenti – come lo stesso Araghchi – sembrano propendere per un negoziato per allentare le sanzioni, i settori più radicali (vicini ai Pasdaran) restano inamovibili nella loro avversione agli Stati Uniti. Da parte sua, Trump gioca a rimorchio: dopo aver definito “non abbastanza buona” la prima bozza di pace ricevuta, ha bruscamente annullato la partenza dei suoi inviati, salvo poi registrare una controfferta iraniana “migliore della precedente”. Un balletto, questo, che tiene il mondo col fiato sospeso, nel sentore comune che ogni piccolo passo avanti possa essere vanificato da un improvviso passo indietro.

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